Wall Street ha metabolizzato in fretta i dati macro deludenti pubblicati ieri, con i listini che hanno chiuso la seduta in territorio positivo. Il rimbalzo è stato alimentato dal calo dell’inflazione PCE, scesa al 3,7% a giugno dal 4,1% di maggio, ma i rendimenti dei Treasury a 30 anni scambiano ai massimi dal 2007: un segnale che il mercato obbligazionario continua a prezzare tensioni profonde sulla credibilità della Federal Reserve.
Un PIL debole ma drogato dall’intelligenza artificiale
L’economia americana è cresciuta dell’1,5% annualizzato nel secondo trimestre 2026, mancando le attese degli economisti fissate all’1,8%. Il dato segna una netta decelerazione rispetto al 2,1% del primo trimestre. Le Borse hanno reagito con moderato ottimismo perché la frenata rafforza le speranze di una Fed meno aggressiva sui tassi, ma il dettaglio della crescita espone vulnerabilità strutturali.
A trainare il PIL, spiega il capoeconomista di Stripe Ernie Tedeschi, è stata una componente iper-concentrata: «Più della metà della crescita del pil nel periodo aprile-giugno è attribuibile ai computer, ai centri data o qualcosa legato al software». In pratica, la domanda legata all’intelligenza artificiale ha mascherato la debolezza dei consumi e il calo della spesa pubblica, con le importazioni in aumento proprio per alimentare questa corsa tecnologica. Un’economia che cresce solo grazie ai chip e ai server è un’economia esposta a correzioni brusche se il ciclo degli investimenti IA dovesse rallentare.
L’inflazione scende, ma non basta
Sul fronte prezzi, l’indice PCE – il termometro preferito dalla Fed – ha registrato un calo mensile dello 0,1%, portando il dato annualizzato al 3,7%. Il PCE core, depurato da energia e alimentari, è salito solo dello 0,1% su base mensile, sotto lo 0,2% atteso dagli analisti.

Numeri che in una seduta normale avrebbero spinto i listini con molta più convinzione. Ma giugno resta ben sopra il target del 2% della banca centrale, e il mercato sa che la partita non è chiusa. Le autorità americane stanno anche rivedendo le modalità di calcolo del PCE, e una revisione al ribasso dei dati recenti – se confermata – allenterebbe la pressione per nuovi rialzi, ma farebbe infuriare Donald Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
Perché i bond restano sotto stress
Il vero campanello d’allarme arriva dal mercato obbligazionario. I rendimenti dei Treasury a 30 anni sono balzati ai massimi dal 2007, un movimento che contrasta con l’euforia misurata dell’azionario. La ragione ha un nome preciso: Kevin Warsh, il nuovo presidente della Fed. La sua comunicazione «troppo essenziale» sta già producendo effetti collaterali: mancano indicazioni chiare sulla direzione dei tassi, mentre resta intatta la volontà di combattere l’inflazione con durezza, anche a costo di scontrarsi con le pressioni politiche e con il nuovo scenario geopolitico segnato dalla guerra in Iran.
Il mercato sta prezzando due rischi sovrapposti: un rallentamento economico reale e una banca centrale che potrebbe reagire in ritardo o, al contrario, colpire troppo forte senza preavviso. La combinazione è tossica per i bond a lunga scadenza.
Il paradosso della seduta
I listini azionari salgono perché leggono il rallentamento come un freno automatico ai rialzi dei tassi. I bond affondano perché vedono un’inflazione ancora lontana dall’obiettivo e una Fed con problemi di credibilità. Uno dei due mercati sta sbagliando prezzo, e la divergenza non potrà durare a lungo. Lo scostamento di 0,3 punti percentuali tra PIL effettivo (1,5%) e atteso (1,8%) è modesto in valore assoluto, ma arriva dopo un trimestre già in frenata e con una composizione della crescita che dipende in modo anomalo dagli investimenti in IA. Se il ciclo tecnologico dovesse normalizzarsi, il consumo privato – già provato dall’inflazione cumulata – non avrebbe la forza per compensare.
Fonti
- L’economia Usa rallenta, l’inflazione cala ma è al 3,7%
- Finanzaonline.com
- L’inflazione Usa rallenta a giugno al 3,7%






