Il WTI con consegna a ottobre è scambiato a 102,73 dollari al barile, in rialzo del 2,68%, mentre il Brent con consegna a novembre tocca 107,32 dollari (+2,59%). A riaccendere il mercato è la chiusura dell'oleodotto Est-Ovest saudita, colpito da droni e capace di valere fino al 4% dell'offerta globale. Il rialzo arriva dopo la scivolata dell'11 settembre, quando il WTI era sceso a 98,73 dollari: rispetto a quel riferimento il greggio americano recupera circa il 4%.
Il calcolo è presto fatto: tra i 98,73 dollari dell'11 settembre e i 102,73 della seduta odierna ci sono 4 dollari di differenza, pari a un rimbalzo del 4,05%.
WTI e Brent: i numeri della seduta
Le quotazioni del petrolio aprono la settimana in deciso rialzo dopo gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite. Il WTI con consegna a ottobre guadagna il 2,68% a 102,73 dollari al barile; il Brent con consegna a novembre sale del 2,59% a 107,32 dollari. Il movimento segue la chiusura dell'oleodotto Est-Ovest decisa da Riad, che non ha fornito dettagli sull'entità dei danni né sui tempi di ripristino.
Sul fronte azionario la giornata non accompagna il rialzo delle materie prime: le Borse asiatiche chiudono in calo e l'Europa apre contrastata. Resta sotto i riflettori anche il tema degli investimenti per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il gas aggiorna i massimi da fine 2022
Il prezzo del gas accelera insieme al petrolio e aggiorna i massimi dalla fine del 2022. Ad Amsterdam le quotazioni registrano un aumento del 4,2% a 82,84 euro al megawattora. Il movimento riflette la stessa tensione sulle forniture energetiche che spinge il greggio.
La corsa del gas ha un effetto diretto sui costi dell'energia per famiglie e imprese. Nelle settimane precedenti i prezzi dei carburanti erano già stati spinti ai massimi storici, insieme all'inflazione e ai rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, saliti ai livelli più elevati dalla crisi finanziaria del 2008.

Quanto pesa lo stop dell'oleodotto Est-Ovest sull'offerta globale?
L'oleodotto Est-Ovest saudita ha una capacità di 7 milioni di barili al giorno ed è la principale via alternativa per le esportazioni saudite quando lo Stretto di Hormuz è bloccato. Negli ultimi sei mesi Riad lo ha usato per deviare circa 4 milioni di barili al giorno verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso: una quota pari a circa il 4% dell'offerta globale.
Due calcoli aiutano a misurare la posta in gioco. Primo: se 4 milioni di barili al giorno equivalgono al 4% dell'offerta globale, l'offerta complessiva si aggira intorno ai 100 milioni di barili al giorno. Secondo: rispetto alla capacità piena dell'oleodotto, i 4 milioni di barili effettivamente deviati valgono circa il 57%, a conferma che l'infrastruttura lavorava ben sotto il proprio potenziale massimo. Il margine residuo, però, si assottiglia se la chiusura si protrae.
Sui tempi di ripristino le informazioni restano frammentarie. Secondo acquirenti di petrolio saudita e operatori del settore citati da Reuters, i danni potrebbero richiedere da cinque a sei settimane per essere riparati; una seconda fonte non esclude una ripresa parziale prima della fine dei lavori. Riad, per ora, non ha confermato né smentito alcuna delle due ricostruzioni.
Il rinvio dei colloqui sul Golfo e lo scenario base di ING
La riunione tra i Paesi del Golfo prevista per oggi è stata rinviata per mancanza di consenso. I ministri degli Esteri — Iran incluso — avrebbero dovuto incontrarsi in Oman per discutere della gestione dello Stretto di Hormuz. Il rinvio allontana le prospettive di de-escalation.
ING, società di ricerca finanziaria, mantiene per ora uno scenario base che prevede per il Brent una media di 80 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026. "Non è chiaro quale sia l'entità di eventuali danni né per quanto tempo l'impianto rimarrà fuori servizio. È evidente che la recente escalation comporta dei rischi per le nostre previsioni, avvicinandoci allo scenario più pessimistico", spiega ING nella nota ripresa da FinanzaOnline. Mettendo a confronto la media trimestrale indicata dalla società e il riferimento spot del Brent a 107,32 dollari, il prezzo di mercato si colloca circa il 34% sopra lo scenario base.
Cosa significa per il mercato italiano
Per l'Italia, importatore netto di energia, il combinato di petrolio sopra i 100 dollari e gas ai massimi da fine 2022 si traduce in pressione sui costi energetici. Il quadro incrocia la fotografia macro già emersa nei giorni scorsi: come avevamo riportato, il 13 settembre 2026 Giorgetti aveva collegato i tassi più alti a maggiori oneri per famiglie, imprese e Stato, mentre la BCE ha aumentato i tassi di interesse a settembre per contrastare l'inflazione. Non è una previsione, ma la fotografia di due fattori che oggi spingono nella stessa direzione.
Se la chiusura dell'oleodotto dovesse durare le 5-6 settimane stimate da una delle fonti sentite da Reuters, il mercato dovrà fare i conti con un'offerta globale ridotta del 4% per oltre un mese: è l'orizzonte su cui si giocherà la tenuta dei prezzi energetici nel quarto trimestre, non l'oscillazione della singola seduta.
Fonti
- Il petrolio torna a correre dopo chiusura oleodotto saudita
- Petrolio e gas volano dopo lo stop all'oleodotto saudita
- Petrolio avanza, Brent flirta con quota 107$
- Repubblica.it
- Ansa.it






