Piazza Affari aveva già prezzato il momentum. Il 6 agosto 2026 Mediobanca ha chiuso la seduta a 28,77 euro, con una crescita superiore al 60% dall’inizio dell’anno, poche ore prima di comunicare al mercato il miglior semestre della propria storia: 711,2 milioni di euro di utile netto (+5,9% anno su anno), ricavi a 1,948 miliardi (+6,1%) e un risultato operativo balzato dell’11,9% a 1,173 miliardi. Numeri diffusi a mercato chiuso, che misurano la distanza tra le attese già incorporate nei corsi azionari e la solidità effettiva del gruppo in piena fase di integrazione con Banca Monte dei Paschi di Siena.
Il titolo Mediobanca viaggia su livelli che non si vedevano da anni. La corsa del 60% da gennaio racconta di un mercato che ha scommesso sulla riuscita dell’operazione Mps e sulla capacità del gruppo di tenere i ricavi anche nella turbolenza macro. I conti del primo semestre 2026 danno sostanza a quella scommessa, ma rivelano anche come la dinamica dei ricavi e dei costi stia amplificando la redditività: la forbice tra ricavi in crescita del 6,1% e costi in calo dell’1,7% ha generato un effetto leva che spiega l’incremento dell’11,9% del risultato operativo — un’accelerazione ben superiore alla semplice somma delle due variazioni.
Il secondo trimestre sfonda il muro del miliardo di ricavi
Il dato che più ha sorpreso gli analisti arriva dal trimestre aprile-giugno 2026. Per la prima volta Mediobanca ha superato un miliardo di euro di ricavi trimestrali, in crescita dell’8% rispetto al primo trimestre 2026 e del 9% sullo stesso periodo del 2025. L’utile netto trimestrale ha raggiunto 388,5 milioni di euro, +15% su base annua e +20% rispetto al trimestre gennaio-marzo 2026.
A trainare l’accelerazione è stato il Corporate & Investment Banking (CIB), che nel solo secondo trimestre ha prodotto 271 milioni di ricavi, il 29% in più rispetto a un anno prima. Le commissioni della divisione sono aumentate del 31% trimestre su trimestre e del 44% su base annua, sostenute dall’Advisory e dalle attività sui mercati, in particolare operazioni azionarie e sedi internazionali. Su base semestrale, il CIB ha registrato ricavi per 493 milioni di euro (+13%) e un utile netto di 172 milioni (+29%).
Questo recupero ha più che compensato la stabilizzazione del Wealth Management, che chiude il semestre con ricavi in calo del 5% a 447 milioni e un utile netto in contrazione del 33% a 81 milioni. Le masse complessive gestite restano in crescita a 117 miliardi di euro (+4% anno su anno), nonostante una raccolta netta negativa per 1,4 miliardi nel semestre — deflussi che nel secondo trimestre sono però rallentati a 300 milioni, segnalando una progressiva normalizzazione. L’analisi dei dati evidenzia un riequilibrio in atto: il calo percentuale dei ricavi del Wealth Management è stato più che compensato dall’accelerazione del CIB, ma il divario di redditività tra le due divisioni (utile netto di 172 milioni contro 81 milioni) mostra come il CIB abbia già preso il ruolo di primo generatore di utili, invertendo la struttura di contribuzione del gruppo.
Il peso di Generali e la solidità patrimoniale
La partecipazione del 13% in Assicurazioni Generali continua a essere un pilastro dei conti. La divisione Insurance & Principal Investing ha prodotto ricavi semestrali per 316 milioni di euro (+10%) e un utile netto di 286 milioni. Il contributo di Generali, valutato con il metodo del patrimonio netto, è salito a circa 290 milioni. A fine giugno 2026 la quota aveva un valore di mercato di circa 8,7 miliardi di euro, il 41% in più rispetto a un anno prima. Un calcolo diretto su questi numeri — 290 milioni di contributo rispetto ai 711,2 milioni di utile netto complessivo — rivela che la partecipazione in Generali ha pesato per circa il 40,8% dell’utile semestrale di Mediobanca, un’incidenza che sottolinea quanto la performance del titolo assicurativo incida sui risultati del gruppo, anche in vista della futura riorganizzazione.

Sul fronte patrimoniale, il Cet1 ratio si attesta al 15,85% (15,9% arrotondato in alcune fonti), in aumento rispetto al 15,1% di giugno 2025. Il dato puntuale del 15,85% è riportato da QuiFinanza, mentre Askanews e altre testate generaliste lo arrotondano al 15,9%; analogamente, il Rote viene indicato al 14,96% da ANSA e SoldiOnline e al 14,9% da fonti che approssimano il decimale. Queste divergenze di arrotondamento sono fisiologiche nella reportistica finanziaria e non alterano la sostanza: il capitale resta ampiamente sopra i requisiti, offrendo margini per completare l’integrazione con Mps senza tensioni. Anche considerando l’acquisto da Mps di un portafoglio leasing da circa 500 milioni di euro e l’ipotesi di distribuire integralmente gli utili maturati, la dotazione patrimoniale non viene compromessa.
La disciplina dei costi migliora l’efficienza operativa
Un elemento che il mercato guarda con attenzione in fase di fusione è il controllo dei costi. Mediobanca ha ridotto i costi operativi dell’1,7% a 775,3 milioni di euro, portando il rapporto costi/ricavi (cost/income ratio) al 40% — tre punti percentuali in meno rispetto al primo semestre 2025. La combinazione di ricavi in crescita e costi in calo ha spinto il risultato operativo a 1.172,8 milioni di euro (+11,9%), con un Rote (rendimento sul patrimonio netto tangibile) salito al 14,96% (14,9% arrotondato).
«Abbiamo chiuso il primo semestre dell’anno con ricavi ed utile netto ai migliori livelli di sempre», ha commentato l’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril, «ottenendo una performance solida, attesa proseguire anche per i prossimi mesi malgrado il contesto operativo e di mercato caratterizzato da elevata incertezza». L’AD ha poi aggiunto che «il semestre conferma la disciplina mantenuta in questa fase di transizione e pone le fondamenta per proseguire efficacemente il processo di integrazione con Banca MPS».
Per un investitore che guardi oltre i numeri assoluti, la salita del Rote vicino al 15% in combinazione con un Cet1 di circa il 16% indica una banca capace di retribuire il capitale in modo sostenibile. Ciò significa che, se la redditività sarà mantenuta, Mediobanca potrebbe finanziare la crescita dell’integrazione con Mps e allo stesso tempo remunerare gli azionisti con la distribuzione degli utili, riducendo il rischio di diluizione del valore per i soci attuali.
La reazione del mercato e il nodo Mps
I conti sono stati pubblicati dopo la chiusura di Piazza Affari, quindi la reazione del titolo si vedrà nella seduta del 7 agosto. Ma la domanda che attraversa le sale operative non è tanto sull’ultimo trimestre — già ampiamente prezzato nella corsa del 60% da inizio anno — quanto sulla tenuta del Wealth Management e sulla capacità di eseguire l’integrazione con Mps senza perdere professionisti e clienti.
Il progetto di fusione prevede che le attività di corporate e investment banking, il private banking internazionale e la partecipazione in Generali confluiscano in una società non quotata interamente controllata da Mps, che manterrà il nome Mediobanca Spa. Sul fronte retail, l’unificazione delle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Widiba rappresenta il principale banco di prova operativo.
I numeri della trimestrale dicono che Mediobanca arriva all’appuntamento con ricavi, utile e redditività ai massimi storici. Il mercato, con il titolo a 28,77 euro e una capitalizzazione che ha guadagnato più del 60% in sette mesi, ha già espresso un verdetto provvisorio. La prova definitiva sarà l’esecuzione.






