Il dollaro USA si è attestato a 101,49 punti sull’indice che misura il biglietto verde contro un paniere di valute principali, vicino al livello più alto dal 25 giugno 2026. L’euro ha guadagnato lo 0,5% toccando quota 1,13725 dollari, la sterlina ha messo a segno un +0,1% a 1,3302 dollari, mentre lo yen ha continuato a indebolirsi con il dollaro in rialzo dello 0,1% a 163,83 yen. La seduta di martedì 28 luglio si è aperta all’insegna della cautela mentre i trader valutano la prospettiva di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, atteso per la riunione che si chiude mercoledì 29 luglio.
I movimenti riflettono un riposizionamento netto delle aspettative: i rendimenti dei Treasury sono saliti costantemente da aprile, alimentati dal conflitto USA-Iran e dalla linea restrittiva del nuovo presidente Kevin Warsh. Ora gli operatori si preparano allo scenario più incerto visto negli ultimi mesi.
Lo snapshot valutario: dollaro forte, yen sotto pressione
La resilienza del dollaro non è un fenomeno isolato ma il risultato di un accumulo di posizioni lunghe da parte degli investitori. Secondo i dati sui prezzi delle opzioni raccolti da Morgan Stanley, nella settimana chiusa il 24 luglio gli investitori hanno aumentato le scommesse rialziste sul biglietto verde e quelle ribassiste sulla sterlina.
| Valuta | Tasso di cambio (28/07/2026) | Variazione giornaliera |
|---|---|---|
| EUR/USD | 1,13725 | +0,5% |
| GBP/USD | 1,3302 | +0,1% |
| USD/JPY | 163,83 | +0,1% |
| Indice dollaro | 101,49 | invariato |
Karl Schamotta, chief market strategist di Corpay, ha spiegato la dinamica in modo esplicito: «I trader stanno adottando misure per preservare la liquidità e incrementano le posizioni lunghe sul dollaro in vista della decisione di domani». Il professionista ha aggiunto che «un rialzo dei tassi non rappresenta ancora lo scenario di base per la maggior parte degli investitori, ma la riunione è chiaramente aperta a ogni possibilità e molti si stanno tutelando».
Sul fronte yen, la tensione resta altissima. La valuta giapponese si avvicina a una nuova soglia psicologica dopo il superamento di quota 160 per dollaro ad aprile e maggio, quando Tokyo intervenne direttamente sul mercato. Schamotta ha descritto la situazione con un’immagine efficace: «I trader stanno giocando una partita a scacchi ad alto rischio con il Ministero delle Finanze mentre lo yen si avvicina a un’altra soglia psicologica».
Probabilità di rialzo: i numeri che contano
Le scommesse su un intervento restrittivo immediato sono cresciute. Secondo i dati LSEG, i mercati scontano una probabilità di quasi il 40% per un aumento dei tassi di 25 punti base nella riunione di mercoledì 29 luglio, in deciso aumento rispetto al 20% circa di una settimana fa. I trader vedono una probabilità di quasi il 95% di un rialzo entro settembre.
Una lettura parallela arriva dal FedWatch del CME Group, citato da FinanzaOnline, che colloca la probabilità di aumento oltre il 30%, rispetto al 10% di una settimana fa. La differenza tra le due rilevazioni non è una contraddizione ma riflette momenti di rilevazione diversi di un dato in rapida evoluzione.
I mercati sono passati rapidamente dal prezzare una probabilità dell’80% di un aumento di 25 punti base entro fine anno a un rialzo complessivo di 1,5 volte 25 punti base (37,5 pb) per il 2026, come evidenziato dagli analisti di ING. Un riposizionamento che mostra quanto il sentiment sia diventato volatile.

Il petrolio come variabile chiave
Nelle ultime sedute il greggio ha superato i 100 dollari al barile prima di arretrare dopo la sospensione degli attacchi USA all’Iran e i segnali diplomatici positivi arrivati dal presidente Trump. Lunedì 27 luglio il Brent è sceso dell’8% a 89 dollari, offrendo un parziale sollievo alle pressioni inflazionistiche.
Gli analisti di ING, James Knightley e Chris Turner, hanno quantificato l’impatto di questa dinamica: «Negli ultimi sette giorni, l’impennata del greggio è stata responsabile di un aumento di 20 punti base nelle aspettative di rialzi dei tassi di interesse da parte della Fed entro il primo trimestre del 2027».
C’è però un’anomalia che merita attenzione. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti non è sceso in linea con il calo del greggio. Gli stessi analisti ING osservano: «Il prezzo della benzina non è diminuito in linea con il calo dei prezzi del petrolio. Certo, abbiamo visto il greggio scendere sotto i 70 dollari al barile solo per un breve periodo, il che normalmente sarebbe coerente con un calo della benzina fino a 3,50 dollari al gallone. Invece non ci si è nemmeno avvicinati a tale cifra». Oggi la quotazione del petrolio si sposa con prezzi della benzina poco sopra i 4 dollari al gallone, esattamente il livello attuale.
I due scenari per i mercati
Primo scenario: tassi fermi. È il consensus pressoché unanime. Amundi Investment Institute prevede tassi invariati nell’intervallo 3,50%-3,75%. Pimco, Swisscanto/ZKB e Federated Hermes condividono questa linea, con la view che i tassi resteranno fermi per tutto il 2026. Un contesto che, secondo Pimco, favorisce il reddito fisso: i rendimenti attuali offrono un punto di ingresso interessante per gli investitori.
Secondo scenario: rialzo imminente. Robeco non esclude un rialzo di 25 punti base a settembre e un ulteriore intervento entro fine anno. Il fattore scatenante sarebbe un’inflazione più persistente del previsto, alimentata dal canale energetico.
La variabile vera, però, non è la decisione di domani ma la conferenza stampa di Kevin Warsh. Dopo anni di forward guidance prevedibile, il nuovo presidente sembra intenzionato a restituire incertezza ai mercati, abbandonando la comunicazione preventiva che aveva caratterizzato l’era precedente. Una svolta che, secondo Pimco, «rappresenta una svolta storica per gli investitori» e potrebbe rilanciare l’attrattiva della gestione attiva.
Sul fronte azionario, la view di Candriam privilegia i mercati azionari rispetto al reddito fisso, in un regime di tassi strutturalmente più elevati rispetto all’era pre-pandemica. Sul comparto crypto, il bitcoin ha perso il 3% scendendo a 63.116 dollari.
Il dato sul lavoro che frena i falchi
A giugno 2026 l’occupazione non agricola negli Stati Uniti è aumentata di soli 57.000 posti di lavoro, un netto rallentamento rispetto alla media di 164.000 unità dei tre mesi precedenti. Un dato che, combinato con un’inflazione CPI migliore delle attese e un Beige Book dai toni cauti sui prezzi, riduce l’urgenza di intervenire. Nove membri del FOMC hanno previsto un aumento dei tassi entro dicembre, ma il tono delle dichiarazioni ufficiali suggerisce che la maggior parte di loro non voterà in tal senso quest’anno.
Come ha osservato Rushabh Amin di Allspring Global Investments, «un ulteriore deterioramento dei consumi e del mercato del lavoro potrebbe diventare più importante di un singolo dato sull’inflazione». La Fed si trova a bilanciare fattori molto diversi: tensioni geopolitiche, incertezza commerciale e un’economia che mostra segnali di rallentamento.
Fonti
- Fed verso una nuova pausa?
- Il dollaro resta vicino ai massimi recenti
- Fed, la previsione di Amundi Investment Institute
- Riunione Fed alle porte: come valutare le variabili






