Dpfp: debito al 138,5%, il mercato Btp guarda la Francia

Il Dpfp consegna ai mercati un debito pubblico in salita fino al 138,5% del Pil nel 2027 e un deficit al 2,9% nel 2026, mentre nella stessa riunione del Consiglio dei ministri il Mef ha segnalato l'effetto del rialzo dei bond francesi sui Btp. La cornice dei conti arriva così nel momento in cui il comparto obbligazionario italiano è già impegnato a fronteggiare la tensione d'Oltralpe: è l'incrocio che pesa, più dei singoli decimali del documento.

I numeri del Dpfp che parlano al mercato

Il quadro macro indica una crescita di circa l'1% nel 2026 e un rallentamento allo 0,8% nel 2027, con il deficit al 2,9% del Pil nel 2026, quindi sotto la soglia del 3% fissata dal Patto Ue. Il debito sale fino a un picco del 138,5% nel 2027, prima di riprendere una traiettoria di discesa.

Il margine sul 2026 è sottile: tra il 2,9% previsto e la soglia del 3% restano appena 0,1 punti percentuali. Nei conteggi europei, poi, il disavanzo viene scomputato dello 0,6% di scostamento consentito per le spese in difesa ed energia nel 2027 e 2028: se il deficit reale resta sopra il 3% in entrambi gli anni, quello valido per Bruxelles scende al 2,8% nel 2027 e al 2,7% nel 2028.

Lo scenario spread: fino a 0,2 punti di Pil in meno

Il Dpfp mette per iscritto due scenari meno favorevoli sulle variabili globali, in un contesto di rischi orientati al ribasso. Il primo riguarda i prezzi dei beni energetici, il secondo incorpora due ipotesi peggiori sulle condizioni finanziarie, spread compreso.

Scenario202720282029
Energia meno favorevole-0,2 pp-0,1 pp+0,1 pp
Condizioni finanziarie meno favorevoli-0,1 pp-0,2 pp-0,2 pp

Variazioni del tasso di crescita del Pil rispetto al quadro di base. Nel caso energia, il segno torna positivo nel 2029 con il rientro dei prezzi.

Dpfp: cornice dei conti e scostamento, impatto sul Btp
Facciata neoclassica con bandiere italiane in contesto urbano sotto cielo sereno. Foto di Andrea Prochilo su Pexels

Clausola di salvaguardia: 14,4 o 14 miliardi?

Le due versioni circolate sul tavolo non coincidono. La relazione al Parlamento sul ricorso alla clausola di salvaguardia parla di circa 14,4 miliardi di risorse nel biennio 2027-2028 per l'energia e di altri 14,4 miliardi per la difesa. I numeri della conferenza stampa dopo il Cdm indicano invece 28 miliardi complessivi, anziché i 36 ipotizzati, divisi in 7 miliardi per ciascuna delle due voci sia nel 2027 sia nel 2028.

Il calcolo è immediato: 7 miliardi per due anni fanno 14 miliardi a capitolo, contro i 14,4 della relazione al Parlamento. La differenza è di 0,4 miliardi per voce e 0,8 sul totale. Le risorse per l'energia sono destinate a famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e infrastrutture, con interventi sul trasporto pubblico usato dagli studenti e, per le imprese, su rinnovabili, contenimento dei costi energetici e decarbonizzazione, incluso un nuovo energy release.

Il mercato: spread a 118 punti, bancari in rosso

Come avevamo riportato a cavallo tra settembre e i primi giorni di ottobre 2026, lo spread Btp-Bund è balzato a 118 punti base con il rendimento del decennale italiano al 4,69%, mentre Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 2,2% e il settore bancario ha registrato un calo medio del 4,04% su cinque titoli principali. Il confronto con la Francia è diretto: il decennale Oltralpe è arrivato al 4,96%, massimo dal 2002, con lo spread Francia-Germania oltre i 140 punti base, in un quadro in cui la manovra francese del 2027 prevede 43 miliardi di euro di tagli per riportare il deficit al 5% dal 5,6% previsto nel 2026.

L'implicazione per i conti e per i titoli di Stato

Il collegamento tra i due fascicoli è il punto che conta. Il Dpfp quantifica in 0,1 punti di Pil nel 2027 e 0,2 punti nel 2028 e 2029 l'effetto di condizioni finanziarie peggiori, cioè esattamente gli anni in cui il debito tocca il 138,5% e in cui il deficit reale resta sopra il 3% secondo i numeri già noti. Ogni decimo di crescita mancata si traduce in un ostacolo in più sulla discesa del debito che il documento disegna dopo il picco, e il Mef ha già indicato nel rialzo dei bond francesi il canale di trasmissione verso i Btp.

Per chi segue il mercato obbligazionario, la domanda non è se il deficit 2026 chiuderà sotto il 3%, ma se la traiettoria del debito regge un contesto in cui i rendimenti francesi dettano il passo: il Dpfp lo mette per iscritto, attribuendo un costo di crescita allo scenario spread.

Fonti

G7 libera 100 milioni di barili: Wti a 89,64, Brent sotto i 100 dollari

Il petrolio chiude in forte ribasso la sessione del 2 ottobre 2026 dopo l'annuncio del G7 sul rilascio coordinato di 100 milioni di barili dalle scorte strategiche. Il Wti scivola a 89,64 dollari al barile (-3,48%), il Brent perde la soglia psicologica dei 100 dollari e chiude a 99,70 (-2,55%). Il mercato aveva già anticipato la mossa a metà giornata a Londra, quando il Wti statunitense segnava un -5%. La domanda che resta aperta non riguarda i prezzi di oggi: è se l'Europa — che a settembre importava dagli Stati Uniti il 41% del suo gasolio, secondo Vortexa — abbia ottenuto una tregua o solo una pausa.

La seduta: sono i futures sul diesel a guidare il ribasso

A registrare il movimento più violento sono i prodotti raffinati, non il greggio. I futures sul gasolio hanno perso oltre il 4%, sia nelle contrattazioni europee sia su quelle americane: è sul diesel che si concentra l'emergenza, e l'annuncio di un "rilascio sostanziale" nei primi 20 giorni ha spinto i trader a prezzare più prodotto disponibile nel brevissimo termine. Il greggio si è mosso a rimorchio, con il Wti che ha limato la perdita dal -5% infragiornaliero a un -3,48% in chiusura.

Emmanuel Macron ha rivendicato il timing: "i mercati hanno già cominciato a ridurre dall'annuncio di questa riunione".

I numeri della seduta

BenchmarkChiusuraVariazione
Wti (New York)89,64 $/barile-3,48%
Brent99,70 $/barile-2,55%
Futures diesel (Ue e Usa)—oltre -4%
Premio diesel/greggio~69 $/barileda ~77 $ di giovedì

Il differenziale tra gasolio e greggio — il termometro più diretto della tensione sul raffinato — è sceso dai quasi 77 dollari al barile di giovedì 1 ottobre a circa 69: un calo di oltre il 10% in una sola sessione. Il segnale è che il mercato non prezza una scarsità di greggio, ma una strozzatura sul prodotto raffinato.

Il calcolo: quanto pesano davvero 100 milioni di barili

I 100 milioni di barili distribuiti su quattro mesi equivalgono a circa 25 milioni al mese, ovvero poco meno di 830.000 barili al giorno. Per dare la misura, il consumo globale di gasolio oscilla tra 28 e 30 milioni di barili al giorno: l'intero pacchetto equivale a poco più di tre giorni di domanda mondiale di diesel. Non è una cifra che risolve lo squilibrio tra domanda e capacità di raffinazione, ma è sufficiente a spostare il sentiment delle quotazioni — e i mercati lo hanno prezzato in una sola seduta.

Il G7 libera 100 milioni di barili dalle scorte
Barili petroliferi arrugginiti impilati all'aperto. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

L'Europa resta il punto debole della catena

La quota di diesel che l'Europa importa dagli Stati Uniti è passata dal 21% del 2025 al 45% tra aprile e maggio 2026, superando il 50% ad agosto. A settembre è ridiscesa al 41%: un'inversione parziale, che però non riduce l'esposizione complessiva del continente. Le scorte strategiche Ue ammontano a 39 milioni di tonnellate di gasolio e 10,4 milioni di tonnellate di benzina; Berlino e Parigi da sole detengono circa il 35% delle riserve europee di gasolio. È su questo asse che si è giocata la partita negoziale con Washington.

Il ribasso dei futures non arriva subito alla pompa

Per il consumatore, la catena di trasmissione è più lunga di quanto suggeriscano le quotazioni. Il gasolio alla pompa in Europa viaggia intorno a 2,24 euro al litro, un livello record, contro circa 1,50 euro un anno prima. Il calo dei futures non si trasferisce immediatamente alle stazioni di servizio: contano i tempi di consegna, le scorte commerciali e i margini distributivi. Negli Stati Uniti il diesel valeva 6,37 dollari al gallone al momento dell'accordo, dopo il picco di 6,53 dollari toccato il 22 settembre.

Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, sintetizza il limite della mossa: i 100 milioni di barili "potrebbero ridurre temporaneamente il prezzo del diesel di 25 centesimi al gallone, ma fanno poco per aumentare la capacità di raffinazione".

Cosa resta nelle scorte e le discrepanze tra fonti

Secondo l'Aie resta disponibile l'80% delle riserve globali, dopo il 20% già mobilizzato. Il quadro cambia se si legge insieme all'impegno di marzo: l'agenzia aveva allora concordato l'immissione di 400 milioni di barili, di cui due terzi erano già arrivati agli acquirenti. Notizie Geopolitiche sottolinea che i 100 milioni annunciati venerdì non sono barili nuovi, ma completano quelli già promessi in primavera — un dettaglio che pesa sulle aspettative di offerta aggiuntiva.

Sulla quantificazione, le testate divergono: FIRSTonline e ANSA scrivono "almeno 100 milioni di barili", mentre RAI News e Notizie Geopolitiche parlano di "fino a 100 milioni di barili". Per un mercato che prezza quantità attese, la differenza tra un limite minimo e un tetto massimo non è neutra. Il vero esame, per chi opera sul raffinato, resta un altro: la capacità di trasformare il greggio in gasolio nei tempi che il mercato si aspetta.

Fonti

Webuild-Trevi, OPA confermata a 4,50 euro: soglia al 50%+1

Webuild non ritocca il prezzo dell'OPA volontaria totalitaria su Trevi, ma abbassa l'asticella per farla decollare. Il corrispettivo resta 4,50 euro per azione, interamente in contanti, mentre la soglia di efficacia scende al 50%+1 dei diritti di voto. Due mosse che, lette insieme, raccontano la strategia dell'offerente davanti al rilancio del contendente Icop: nessun aumento del costo per adesione, ma condizioni più facili da soddisfare.

Il corrispettivo resta fermo a 4,50 euro in contanti

Il consiglio di amministrazione di Webuild, la società guidata da Pietro Salini, ha esaminato il rilancio annunciato il 25 settembre 2026 da Icop sulle azioni Trevi e ha deliberato di non modificare la propria offerta. Il corrispettivo resta 4,50 euro per ciascuna azione Trevi, interamente in denaro.

La decisione è arrivata dopo un'analisi condotta con i propri advisor e basata esclusivamente su documenti pubblici: il documento di offerta e il prospetto informativo di Icop, i bilanci e le relazioni finanziarie, i comunicati delle società coinvolte e i dati di mercato. Nella propria posizione, Webuild sostiene che "il corrispettivo della propria offerta, certo e in denaro, rappresenta per gli azionisti un valore superiore a quello in azioni offerto da Icop". La società rivendica anche "una solida prospettiva industriale, crescita occupazionale e creazione di valore", con "occupazione in crescita, non solo garantita, in Italia e all'estero".

La soglia scende al 50%+1: cosa cambia per l'azionista

Webuild ha modificato la condizione soglia del documento d'offerta, riducendola al 50%+1 dei diritti di voto in Trevi. In pratica, la condizione è agganciata alla maggioranza dei voti, il livello minimo che consente di esercitare il controllo nelle decisioni assembleari ordinarie.

La mossa abbassa il numero di adesioni necessarie perché l'offerta diventi efficace, senza toccare il costo unitario che Webuild dovrà sostenere per ogni titolo acquistato. È il punto che pesa di più per chi detiene azioni Trevi: la soglia di successo si allenta, mentre il prezzo offerto resta fermo.

Webuild conferma l'OPA su Trevi, soglia ridotta al 50,1% ed esposto a Consob
Accordo commerciale sigillato da una stretta di mano tra due professionisti. Foto di Ron Lach su Pexels
CaratteristicaOPA WebuildOPS Icop
Corrispettivo4,50 euro per azioneIn azioni
Forma di pagamentoInteramente in denaroIn azioni
Soglia di efficacia50%+1 dei diritti di votoNon specificata
Data rilancio—25 settembre 2026

Esposto alla Consob e la risposta del cda Trevi

Sul fronte regolamentare, Webuild ha presentato un esposto alla Consob in data 28 settembre 2026, segnalando potenziali profili di irregolarità legati al rilancio di Icop.

Il consiglio di amministrazione di Trevi ha confermato, dal canto suo, la valutazione di non convenienza dell'offerta di Icop per i propri azionisti. Il board ha rilevato che "il nuovo corrispettivo, pur migliorativo, non è congruo dal punto di vista finanziario" e che il rilancio "non muta le ulteriori valutazioni espresse nel comunicato dell'emittente". La conclusione è che l'offerta, anche nella versione modificata, resta non conveniente per i soci Trevi.

Le implicazioni di mercato e il vero test

Le due offerte hanno una struttura profondamente diversa, e questa differenza è il cuore della partita. Quella di Webuild è in denaro: il corrispettivo è certo e immediato. Quella di Icop è in azioni: il valore che l'azionista riceve dipende dall'andamento del titolo ricevuto. Per il risparmiatore Trevi si tratta di due profili di rischio difficilmente sovrapponibili.

Un secondo punto riguarda la geometria dell'operazione. Tenere il prezzo fermo e abbassare contemporaneamente la soglia al 50%+1 significa che Webuild punta sulla riduzione dell'asticella, non sul rilancio economico. Se il quorum dovesse fermarsi appena sopra la metà dei voti, il controllo di Trevi passerebbe di mano senza che il costo per azione aumenti di un centesimo.

C'è poi un incrocio tra le posizioni pubbliche che vale la pena leggere insieme. Da un lato Webuild afferma che la propria offerta in denaro vale più di quella in azioni di Icop; dall'altro il cda di Trevi dichiara che l'offerta di Icop non è congrua e non conviene ai soci. Due giudizi espressi in autonomia, che convergono nel ridimensionare la proposta in azioni.

Con il prezzo fermo a 4,50 euro e la soglia scesa al 50%+1, l'esito dell'OPA Webuild non dipende più dal superamento di una quota elevata, ma dalla capacità dell'offerente di raccogliere adesioni sufficienti. Il nodo per il socio Trevi è la scelta tra il contante immediato di Webuild e le azioni di Icop, mentre l'esposto in Consob apre un fronte formale che potrebbe cambiare i tempi dell'operazione.

Fonti

Borse europee in rialzo: Milano +0,49%, il tech corre e le banche frenano

Il dato deludente sull'occupazione americana di settembre ha fatto il lavoro sporco per i mercati: meno posti di lavoro del previsto significa Fed meno aggressiva sui tassi, quindi rendimenti in calo e azioni in rialzo. Le Borse europee hanno chiuso tutte in terreno positivo, con il Ftse Mib che si ferma a +0,49% a 50.483 punti, ultimo tra i grandi listini per ampiezza del rialzo. A pesare su Piazza Affari sono ancora le banche, mentre il comparto dei semiconduttori trascina Francoforte alla performance migliore del Vecchio Continente.

I numeri della seduta: Francoforte guida, Milano limita il rialzo

Il quadro delle chiusure europee è uniformemente positivo, ma con distanze significative tra le piazze. Francoforte chiude a +1,24% a 25.231 punti, seguita da Parigi a +0,79% a 7.897 punti. Londra si ferma a +0,32% a 10.461 punti, Madrid segna +0,4% a 19.081 punti nonostante il rischio di elezioni anticipate, e Milano resta la più indietro tra i listini principali.

IndiceVariazioneChiusura
Francoforte (Dax)+1,24%25.231 punti
Parigi (Cac)+0,79%7.897 punti
Milano (Ftse Mib)+0,49%50.483 punti
Madrid (Ibex)+0,4%19.081 punti
Londra (Ftse 100)+0,32%10.461 punti

Wall Street ha aperto in territorio positivo, con il Dow Jones a +0,54% e il Nasdaq a +0,57% nei primi scambi; nel corso della seduta il tech americano ha poi accelerato, con il Nasdaq indicato oltre l'1%.

Tech in evidenza: Infineon, Stm e Technoprobe guidano i rialzi

Il comparto dei semiconduttori è il vero motore della giornata. A Francoforte Infineon balza dell'8,2%, mentre a Piazza Affari Stm guadagna il 6,25% sopra i 50 euro per azione e Technoprobe il 5,93% sopra i 35 euro. Sono le due migliori performance del listino milanese, in una giornata in cui il tech contagia anche il resto d'Europa.

A Milano si muovono bene anche Prysmian (+4%), Stellantis (+4,37%) e Inwit (+2,3%). Fuori dai confini italiani il quadro è più contrastato sui petroliferi: Repsol (-2,6%) e TotalEnergies (-0,3%) chiudono in calo, mentre Eni (+0,85%), Shell (+0,65%) e Bp (+0,2%) restano positivi.

Sul Nasdaq spiccano Tesla (+5%) — che ha comunicato 486.532 consegne nel terzo trimestre contro circa 456.900 attese dal mercato — e SpaceX (+6%), sostenuta dalle indicazioni di Elon Musk su una possibile collaborazione con Nvidia (+2%). In controtendenza Micron (-2%) e Sandisk (-4%).

Le banche restano il freno di Piazza Affari

Non c'è pace per il comparto creditizio italiano, che non recupera dal tonfo della vigilia e in molti casi perde ancora terreno. Bper (-1%), Unicredit (-0,85%), Intesa Sanpaolo (-0,78%) e Banco Bpm (-0,75%) chiudono tutte in rosso. Le rilevazioni di ANSA indicano cali ancora più marcati per Bper (-1,58%), Unicredit (-1,33%) e Intesa (-1%): differenze attribuibili ai diversi momenti di rilevazione all'interno della seduta.

Borse europee in rialzo il 2 ottobre, Milano chiude a +0,49%
Grafico di andamenti di mercato con dati su performance finanziaria. Foto di RDNE Stock project su Pexels

In sofferenza anche le assicurazioni, con Generali (-1%) e Unipol (-1,1%), e il comparto Difesa: Fincantieri (-2%) e Leonardo (-0,86%). Fuori dal paniere principale continua la caduta di Banca Ifis, che perde un altro 5,1% dopo il cambio al vertice, con il titolo che negli ultimi sei mesi ha praticamente dimezzato il proprio valore.

Il dato che pesa è la composizione del rialzo milanese: senza il contributo dei tecnologici, l'indice avrebbe probabilmente chiuso sotto la parità.

Bond e spread: il Btp-Bund scende a 114,8 punti

La tensione sui titoli di Stato si allenta dopo giorni di pressione. Lo spread tra Btp e Bund scende a 114,8 punti base, con il rendimento del Btp decennale in calo di 9 punti al 4,6%. Il Bund tedesco cede 5,8 punti al 3,45%, mentre l'Oat francese perde 6,8 punti al 4,84%, con uno spread Francia-Germania di 140,5 punti.

Qui emerge un dettaglio che le fonti riportano separatamente ma che vale la pena leggere insieme: sottraendo i 114,8 punti del differenziale italiano ai 140,5 punti del differenziale francese, il premio di rischio richiesto dal mercato sulla Francia risulta superiore di 25,7 punti base rispetto a quello sull'Italia. Non è una dinamica scontata, considerando le recenti tensioni sui conti pubblici italiani.

Sul fronte delle materie prime, il Brent si attesta a 100,9 dollari al barile (-1,4%), sostenuto al ribasso dall'ipotesi di un rilascio coordinato delle riserve strategiche: il G7 ha concordato di valutare fino a 100 milioni di barili in un arco di 4 mesi. Il gas naturale europeo accelera a 75,04 euro per MWh (+1,5%), l'oro sale marginalmente a 4.182,64 dollari l'oncia (+0,16%). Il cambio euro-dollaro si attesta a 1,1228, con il biglietto verde in lieve calo.

Cosa significa per chi guarda i mercati

Il movimento di giornata ha una logica chiara: rendimenti in discesa, dollaro più debole, azioni in rialzo. Ma il rendimento assoluto del Btp resta sopra il 4,5%, e questa è la variabile che cambia il calcolo per chi deve allocare capitale. "Quando un titolo governativo decennale offre rendimenti superiori al 4,5%, il confronto con i multipli azionari diventa inevitabilmente più severo", osserva Francesco Megna, responsabile commerciale in banca, secondo cui "la selezione torna ad avere un peso decisamente maggiore rispetto ai mesi nei quali era sufficiente seguire la direzione generale del mercato".

Sul petrolio, Megna aggiunge una lettura che riguarda anche chi non investe in energia: "Un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari non rappresenta soltanto una questione geopolitica: significa maggiori pressioni sui costi di trasporto e produzione e, soprattutto, il rischio che la discesa dell'inflazione diventi meno lineare". Un quadro che, tradotto, riduce gli spazi per politiche monetarie rapidamente più accomodanti — esattamente il contrario di quello che i mercati hanno festeggiato il 2 ottobre.

Il paradosso della seduta sta qui: le Borse salgono su un dato macro americano debole, ma la debolezza del dato è ciò che tiene in piedi la speranza di tassi in discesa. Il giorno in cui l'occupazione americana tornerà a sorprendere al rialzo, quel sostegno verrà meno.

Fonti

Italgas-Floene: 120 milioni per il 22,5%. Il titolo sale dell’1%

Italgas entra in Portogallo e Piazza Affari reagisce con moderazione. Il titolo della società guidata da Paolo Gallo guadagnava l'1% alle 07:50 GMT del 2 ottobre 2026, dopo un avvio in rialzo seguito da un indebolimento nel corso della mattinata. Dietro il movimento c'è un accordo da circa 120 milioni di euro: Italgas rileva indirettamente il 22,5% di Floene, il principale operatore della distribuzione del gas in Portogallo, a un multiplo di 10,9 volte l'EBITDA 2025 contro il 10,5x del gruppo italiano.

L'accordo: 120 milioni per il 22,5% di Floene

Italgas ha firmato un accordo vincolante con Marubeni Corporation e Toho Gas Co. per l'acquisto del 100% di Meet Europe Natural Gas, la società che detiene il 22,5% del capitale sociale di Floene. Il valore dell'operazione, in termini di equity value, è di circa 120 milioni di euro.

Il perfezionamento non è automatico: resta subordinato all'ottenimento delle necessarie autorizzazioni delle autorità competenti e al verificarsi di altre condizioni previste dall'accordo. Rothschild e Société Générale hanno assistito Italgas nell'operazione.

Floene: 1,1 milioni di clienti e 14.000 km di rete

Floene è il principale operatore della distribuzione del gas in Portogallo: serve circa 1,1 milioni di utenti attivi nei segmenti residenziale e industriale su una rete di circa 14.000 chilometri. Detiene cinque concessioni in aree strategiche del Paese, tra cui l'area metropolitana di Lisbona, e gestisce la distribuzione in ulteriori zone attraverso un sistema di licenze.

La società è controllata con il 75% da Allianz Capital Partners, entrata nel capitale nel 2020 rilevando la partecipazione precedentemente detenuta da Galp per 368 milioni di euro. I conti dell'esercizio 2025:

IndicatoreFloene (2025)
Ricavi156,3 mln €
EBITDA105,6 mln €
Utile netto16 mln €
Debito613 mln €
Capex45 mln €
Utenti attivi1,1 mln
Rete14.000 km

Tre rapporti aiutano a leggere il profilo della società. L'EBITDA pesa il 67,6% dei ricavi (105,6 su 156,3 milioni), l'utile netto il 10,2% (16 su 156,3) e il debito equivale a 5,8 volte l'EBITDA (613 su 105,6). I capex da 45 milioni valgono il 42,6% dell'EBITDA.

Il multiplo: 10,9 volte l'EBITDA, sopra il 10,5x di Italgas

Il prezzo pagato valuta Floene circa 10,9 volte l'EBITDA 2025, sopra il multiplo di Italgas. I 120 milioni per il 22,5% implicano un equity value di 530-533 milioni e un enterprise value di 1,15 miliardi, secondo i calcoli di Intermonte e Banca Akros.

Italgas entra in Portogallo con il 22,5% di Floene
Una tubazione industriale attraversa una foresta verde. Foto di Wolfgang Weiser su Pexels

Le due stime non coincidono del tutto: Intermonte indica un equity value di 530 milioni, Banca Akros di circa 533 milioni. La differenza è di pochi milioni e va letta così: dividendo i 120 milioni per la quota del 22,5% si ottiene un valore del 100% pari a 533,3 milioni, in linea con il calcolo di Banca Akros. Sull'enterprise value il conto torna da entrambe le parti: sommando l'equity value al debito 2025 di 613 milioni si arriva a circa 1,15 miliardi, esattamente il valore implicito indicato dalle due analisi.

Sul confronto con Italgas, il premio implicito è contenuto: 10,9 volte contro 10,5 volte significa un +3,8% sul multiplo del gruppo. Banca Akros precisa che il rapporto è calcolato sul debito netto di fine esercizio e prima di eventuali ulteriori aggiustamenti di valutazione.

Il rendimento regolatorio ERSE del 5,74%

La distribuzione gas portoghese è soggetta a una regolazione basata sui ricavi riconosciuti, con riconoscimento dei capex nella RAB e target di efficienza sugli opex. Per il 2026-27, l'autorità di regolazione indipendente ERSE ha fissato un rendimento regolatorio del 5,74% nominale pre-tax, soggetto a un possibile aggiustamento di circa ±0,50 punti percentuali legato agli scostamenti della domanda.

Banca Akros stima per l'attività di distribuzione di Floene un tasso di remunerazione nominale della RAB pari al 5,74% per il 2026, rispetto al 5,67% del 2025, con la possibilità di modifica in funzione del rendimento dei titoli di Stato portoghesi a 10 anni.

Dalla Grecia al Portogallo: la strategia internazionale

Italgas arriva in Portogallo con un investimento finanziariamente contenuto e rafforza la presenza internazionale dopo la Grecia, dove il gruppo ha già operato con lo stesso approccio a un quadro regolatorio definito. Pur trattandosi di una partecipazione di minoranza, l'acquisizione consentirebbe a Italgas di assumere il ruolo di partner industriale: la presenza locale consolidata di Floene si combinerebbe con l'esperienza del gruppo nella gestione delle reti.

"L'operazione permetterebbe di generare un rilevante valore industriale, producendo benefici per i clienti, le comunità locali e tutti gli stakeholder, favorendo lo sviluppo nel lungo termine del settore della distribuzione del gas in Portogallo", ha dichiarato l'amministratore delegato di Italgas, Paolo Gallo.

Sul fronte del mercato, la reazione del titolo resta il segnale più immediato: +1% alle 07:50 GMT, poi un indebolimento. Il prossimo passaggio concreto è il closing, subordinato alle autorizzazioni delle autorità competenti.

Fonti

Immatricolazioni +9,9%: Stellantis corre solo grazie a Leapmotor

Il mercato auto italiano chiude settembre con 139.356 immatricolazioni, il 9,9% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Ma il numero che pesa di più nella classifica dei gruppi è un altro: Stellantis cresce del 12,6% soltanto includendo Leapmotor. Senza il marchio cinese i brand del gruppo si fermano al +7,5%, 2,4 punti sotto il ritmo del mercato. La sovraperformance del primo costruttore italiano, letto con i numeri di settembre, è sempre più una questione di portafoglio marchi.

Il mercato: 139.356 auto, +9,9% a settembre

Le immatricolazioni di settembre 2026 si attestano a 139.356 unità, in crescita del 9,9% sulle 126.781 dello stesso mese del 2025. Da gennaio a settembre il cumulato raggiunge 1.268.964 vetture, +8,7% sull'analogo periodo dell'anno precedente. I dati sono quelli del Ministero dei Trasporti, diffusi il 1° ottobre 2026.

Rispetto ai mesi estivi si tratta di un'accelerazione netta: ad agosto il mercato era cresciuto del 3,2% e a luglio del 3,9%. Le elaborazioni di Dataforce su fonti Mit e Aci contano però 139.581 unità e un +9,7%: una differenza di 225 targhe che dipende dal perimetro di rilevazione, non dai volumi complessivi. Un altro dato caratterizza la sessione di settembre: il 42,1% delle immatricolazioni è stato effettuato negli ultimi tre giorni lavorativi del mese. Tra i marchi con la quota più alta di targhe "last minute" figurano Citroen, Jeep, Byd, Opel e Peugeot.

Stellantis: +12,6% con Leapmotor, +7,5% senza

Stellantis, Leapmotor inclusa, ha immatricolato 38.704 auto a settembre, in crescita del 12,6%, con la quota di mercato salita dal 27,1% al 27,8%. Nei primi nove mesi il gruppo totalizza 379.936 unità (+13,9%) e una quota del 29,9%, contro il 28,6% del 2025.

Il conto che spiega la sovraperformance è presto fatto: dei 38.704 pezzi del mese, 2.200 portano il marchio Leapmotor. Sottraendoli si ottengono 36.504 unità, pari al 26,2% del mercato — esattamente la quota che Stellantis registra senza il partner cinese. Il gruppo ha aumentato i volumi di 4.345 unità rispetto a settembre 2025 (38.704 contro 34.359); con Leapmotor passata da circa 398 unità (valore che si ricava dal +453%) a 2.200, il solo marchio cinese spiega 1.802 di quelle unità, il 41,5% della crescita mensile del gruppo.

Lo stesso schema si ripete sul cumulato: nei nove mesi, escludendo Leapmotor, i volumi Stellantis crescono del 6,2% — sotto il +8,7% del mercato — e la quota scende al 27,7%, in calo di 0,7 punti.

Il listino dei marchi: le cinesi davanti a tutti

Nella graduatoria delle variazioni annue di settembre i marchi cinesi occupano le prime posizioni: Leapmotor +453%, Omoda/Jaecoo +184,9%, Byd +108,9%. In controtendenza il gruppo Volkswagen, che segna -3,8%, e Renault, sostanzialmente stabile con -1,4%.

MarchioImmatricolazioni settembre 2026Variazione a/a
Leapmotor2.200+453%
Omoda/Jaecoo4.649+184,9%
Byd5.161+108,9%
Tesla2.132+47%
Fiat15.876+29%
MG4.619+21,2%
Toyotan.d.+8,6%
Renaultn.d.-1,4%
Volkswagenn.d.-3,8%

Su Fiat le fonti divergono. La nota ANSA indica 15.876 immatricolazioni con una crescita dell'1,7% su settembre 2025; Milano Finanza riporta lo stesso volume con un +29% e una quota cresciuta di 1,7 punti, all'11,4%. I conti aiutano a sciogliere il nodo: con una quota passata dal 9,7% all'11,4% su un mercato da 126.781 auto nel settembre 2025, i volumi Fiat dell'anno prima risultano pari a circa 12.300 unità, e 15.876 su 12.300 equivale a un +29%. Il +1,7% coincide invece con l'aumento della quota in punti percentuali.

La Fiat Pandina resta la vettura più venduta del mese con 10.401 immatricolazioni e il 7,5% di quota. Nella top ten compaiono altri quattro modelli Stellantis: Jeep Avenger seconda, Peugeot 3008 terza, Fiat Grande Panda sesta, Citroën C3 nona.

Canali e alimentazioni: plug-in sopra le full hybrid

A sostenere il mercato di settembre sono stati i privati (+9,8%), il noleggio a breve termine (+38,3%) e le auto-immatricolazioni (+18%), salite al 14,8% del totale. Il noleggio a lungo termine cresce del 5%, mentre le vendite dirette alle aziende restano stabili (+1,2%).

Sul fronte delle alimentazioni le elettriche pure aumentano del 61,8% con una quota dell'8,4%, le full hybrid del 58,8% e le plug-in del 32,5%. Elettriche, full hybrid e plug-in valgono insieme il 37,3% delle immatricolazioni, mentre il diesel scende per la prima volta sotto il 9% di quota. Sui numeri delle elettriche le rilevazioni non coincidono: Motus-E indica 10.544 Bev (+47,7%) e una quota del 7,6% dopo la fine dell'effetto incentivi, mentre Dataforce riporta una quota dell'8,4%.

Byd, intanto, ha immatricolato 4.059 ibride plug-in, conquistando il 28,4% del segmento: per la prima volta in Italia le plug-in superano nei volumi mensili le full hybrid. Quattro dei cinque modelli plug-in più venduti a settembre sono cinesi. I veicoli commerciali leggeri vanno in direzione opposta: 15.175 unità, -7,5% su base annua.

Le stime per il 2026: due numeri diversi

Per l'intero 2026 Dataforce prevede 1,605 milioni di autovetture, pari a un +4,5% sul 2025. Il Centro Studi Promotor stima 1.618.671 immatricolazioni, in aumento del 6,1% sul 2025 ma in calo del 15,6% sui livelli del 2019. Le due proiezioni, entrambe dichiarate dalle rispettive fonti, divergono di circa 14 mila unità.

Il punto per chi legge questi numeri come un tabellone è la composizione, non solo la somma: con il 14,8% delle targhe da auto-immatricolazioni e il 42,1% concentrato negli ultimi tre giorni lavorativi del mese, una parte rilevante del +9,9% arriva da canali non-retail e da una finestra temporale molto stretta. Sul fronte dei gruppi, il confronto tra il +13,9% cumulato di Stellantis e il +6,2% senza Leapmotor dice che la distanza tra sovraperformance e crescita sotto il mercato sta tutta nel marchio cinese: finché quel contributo cresce a questi ritmi, il gruppo resta sopra il mercato; il dato di settembre, preso da solo, non basta a sostenere il contrario.

Fonti

Ftse Mib -2,21% a 50.237 punti: banche ko, Milano peggiore d’Europa

Il Ftse Mib chiude la seduta a 50.237 punti, in calo del 2,21%: nessuna delle principali Borse europee ha fatto peggio. La giornata si è giocata tutta sul canale dei tassi — petrolio sopra i 100 dollari, rendimenti obbligazionari in rialzo, timori sull'inflazione — e a Piazza Affari il conto l'hanno pagato soprattutto le banche, che hanno lasciato sul terreno quasi il doppio dell'indice.

Le Borse europee: Milano a -2,21%, Francoforte limita a -1,03%

Le vendite hanno travolto l'intera Europa, con intensità diverse. Londra ha perso l'1,68%, Parigi l'1,62% e Francoforte è scesa meno, dell'1,03%.

PiazzaVariazione di chiusura
Milano-2,21%
Londra-1,68%
Parigi-1,62%
Francoforte-1,03%

Tra Milano e Francoforte il divario di seduta è di 1,18 punti percentuali (2,21 meno 1,03): un gap che riflette la diversa composizione dei due listini, con Piazza Affari più esposta ai titoli finanziari.

Banche italiane in fondo al listino

Il comparto bancario è il vero epicentro delle vendite: Mediolanum -4,3%, Mediobanca -4,2%, Unicredit -4%, Intesa Sanpaolo -4%, Mps -3,7%, Banco Bpm -3,6%. Rapportate all'indice, queste variazioni valgono quasi il doppio del -2,21% del Ftse Mib. Pesanti anche Poste Italiane -3,2%, Unipol -2,8% e Generali -2%, nel giorno del via libera all'integrazione di Alleanza in Generali Italia.

Vendite su Milano e le altre borse europee: Ftse Mib -2,21% a 50.237 punti
Grafico dei mercati azionari con visualizzazione dei volumi di scambio e dei trend. Foto di Rafael Minguet Delgado su Pexels

In controtendenza una manciata di titoli: Fincantieri +2,7%, Stm +0,7%, Prysmian +0,7%, con Eni e Technoprobe in marginale rialzo. Fuori dal paniere principale Danieli recupera mezzo punto percentuale, riavvicinando i 50 euro per azione, dopo aver perso il 25% nell'ultimo mese.

Petrolio sopra 100 dollari e rendimenti sotto pressione

Il Brent ha scavalcato di nuovo i 100 dollari al barile, il Wti ha avvicinato i 93 dollari, il gas naturale europeo è tornato a 74 euro per megawattora. Sul fronte obbligazionario, il rendimento del Btp decennale supera il 4,7% e lo spread Btp-Bund viaggia verso i 120 punti base, il massimo da un anno e mezzo secondo FIRSTonline, in ulteriore allargamento rispetto ai 112 punti base di cui avevamo dato conto nella stessa giornata. Il T-Bond decennale americano ha superato il 5,3%, mentre l'Oat francese sfiora il 5% con un differenziale verso il Bund tedesco di 140 punti base. Da questi numeri si ricava un Bund implicito intorno al 3,5% (4,7% meno 1,20 punti di spread).

Sul valutario il dollaro si è rinforzato sull'euro, con il cambio a 1,124. Oro a 4.160 dollari l'oncia, argento a difesa dei 60 dollari, Bitcoin intorno agli 84.000 dollari.

Wall Street limita i danni, Lumentum +10%

Oltreoceano Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq viaggiano in territorio negativo, ma con perdite più contenute rispetto ai listini europei. I tecnologici sono in ordine sparso: Micron -1,4% dopo i conti pubblicati ieri, Sandisk -0,5%, Nvidia +1%, Apple -1,5% in prese di beneficio dopo il rally della vigilia, SpaceX -0,1%. In netta controtendenza Lumentum +10%, sostenuta dalle conferme sul ciclo AI e optical networking.

Per chi guarda il listino italiano, la variabile decisiva resta una sola: il rendimento del Btp decennale oltre il 4,7% è il costo che il Paese paga per finanziarsi, e le banche sono il canale attraverso cui quel rialzo arriva direttamente al Ftse Mib. Finché lo spread si muove verso i 120 punti base, il mercato azionario italiano parte ogni mattina con un handicap che gli altri listini europei non hanno.

Fonti

Lagarde: l’IA è già dentro i mercati, un nuovo rischio sistemico

La presidente della Bce Christine Lagarde mette il fattore IA tra i rischi per la stabilità finanziaria. Intervenendo il 1° ottobre 2026 alla conferenza annuale dell'Esrb a Francoforte, ha avvertito che i modelli applicati alla finanza "possono sfuggire al controllo umano". Per chi opera sui mercati la minaccia non è più teorica: l'IA è già dentro le infrastrutture che regolano i flussi di capitale.

Nuovi rischi sistemici, non più tecnologia di frontiera

L'IA non è più una tecnologia di frontiera: è integrata in mercati, banche e infrastrutture di pagamento. Da qui i nuovi rischi sistemici, da affiancare con regole e cooperazione internazionale. La conseguenza per chi opera in finanza è che i modelli non vivono in un comparto separato: agiscono dentro i processi che formano prezzi, liquidità e regolamento delle operazioni.

Lagarde: l'IA nella finanza porta nuovi rischi sistemici
Mano robotica che interagisce con una rete digitale: visualizzazione grafica della tecnologia AI. Foto di Tara Winstead su Pexels

La resilienza non può dipendere da un "interruttore" estero

Per Lagarde è "vitale che la resilienza finanziaria non dipenda da un interruttore controllato altrove". L'Europa deve sviluppare proprie capacità e diventare "una componente indispensabile della catena di fornitori". Per il mercato è un segnale di pressione regolatoria: i sistemi critici delle borse e dei pagamenti cross-border non possono poggiare su fornitori extra-Ue senza una strategia di ricambio.

Un doppio rischio che il mercato deve prezzare

I due avvertimenti di Lagarde sono collegati. Se i modelli "possono sfuggire al controllo umano" e al tempo stesso la resilienza dipende da decisioni prese fuori dall'Europa, il rischio sistemico non è solo tecnico ma geopolitico. Repubblica e Ansa, che hanno coperto l'intervento, insistono su lati diversi della stessa questione: la prima sul controllo dei modelli, la seconda sull'autonomia europea. Lette insieme, indicano che l'adozione dell'IA in finanza richiede architetture di governance, non solo software.

Per investitori e operatori bancari la variabile da monitorare nei prossimi mesi è regolatoria prima che tecnologica: le decisioni sul perimetro dell'IA nei mercati europei peseranno sulla catena di fornitura del settore.

Fonti

Wall Street apre in rialzo, Dow +0,43%: Micron e l’AI trainano gli indici

Wall Street ha avviato la seduta del 1° ottobre 2026 in territorio positivo, sostenuta dai titoli dell'intelligenza artificiale e dei semiconduttori. Nella rilevazione dei primi scambi il Dow Jones sale dello 0,43% (+221,24 punti) e il Nasdaq dello 0,54%, con Nvidia e Broadcom a +0,5% ciascuna. Il rialzo arriva nonostante i Treasury a 10 e 30 anni siano vicini ai massimi dal 2002 e il WTI salga a 90,61 dollari al barile.

I numeri dell'apertura: Dow, S&P 500 e Nasdaq

I tre principali indici statunitensi aprono tutti in territorio positivo. Le due rilevazioni disponibili fotografano però momenti diversi della stessa apertura: ANSA colloca il Dow Jones a 51.044,74 punti (+0,27%), il Nasdaq a 26.861,06 (+0,24%) e l'S&P 500 a 7.668,44 (+0,22%); FinanzaOnline, su una lettura successiva dei primi scambi, indica variazioni più ampie per tutti e tre.

IndiceANSA (prime battute)FinanzaOnline (primi scambi)
Dow Jones+0,27% — 51.044,74 punti+0,43% (+221,24 punti)
S&P 500+0,22% — 7.668,44 punti+0,33% (+24,92 punti)
Nasdaq+0,24% — 26.861,06 punti+0,54% (+145,44 punti)

Lo scarto di 0,16 punti percentuali sul Dow (0,43% meno 0,27%) non è un conflitto tra testate: è la distanza tra due istantanee di un indice che si muove minuto per minuto.

Micron: fatturato quadruplicato, titolo in flessione dello 0,5%

È il dato che ha dato il via alla giornata: Micron ha visto il fatturato dell'ultimo trimestre quadruplicare. Il titolo in apertura cede però lo 0,5%, un contrasto che non si trasmette al resto del comparto, dove Nvidia e Broadcom guadagnano lo 0,5% ciascuna. L'onda lunga dei semiconduttori arriva così agli indici anche senza il contributo del titolo che l'ha generata.

Wall Street apre in rialzo trainata da AI e semiconduttori
Grafico di borsa con linee di trend e dati di volume per l'analisi dei mercati finanziari. Foto di Rafael Minguet Delgado su Pexels

Alphabet a +1,4% con Gemini 4 Argon

Il rialzo più netto tra i grandi nomi è quello di Alphabet, a +1,4% dopo la presentazione del nuovo modello Gemini 4 Argon. In rapporto ai +0,5% di Nvidia e Broadcom, il movimento di Alphabet è 2,8 volte più ampio (calcolo: 1,4 diviso 0,5). La sproporzione, più del valore assoluto, dice dove si concentrano gli acquisti nella prima parte della seduta.

Treasury ai massimi dal 2002 e WTI a 90,61 dollari

Il quadro macro resta teso. I rendimenti dei Treasury a 10 e 30 anni si avvicinano ai massimi dal 2002, tema già emerso nelle sedute precedenti, quando il decennale era arrivato al 5,28%. Sul fronte energetico il WTI sale dello 0,21% a 90,61 dollari al barile, in un contesto segnato dal Brent sopra i 100 dollari. Nessuna delle due variabili ha finora invertito il segno degli indici.

Il punto: dove si concentra il rialzo della seduta

Messi in fila, i numeri raccontano una seduta a due velocità. Il titolo che ha prodotto il dato più forte, Micron, apre in flessione dello 0,5%; il rialzo maggiore arriva da Alphabet, +1,4%, sull'annuncio di un modello AI. Nella lettura dei primi scambi il Nasdaq (+0,54%) batte il Dow (+0,43%) e l'S&P 500 (+0,33%): la leadership è tecnologica e concentrata, non diffusa. Restano sullo sfondo i Treasury vicini ai massimi dal 2002 e il WTI a 90,61 dollari.

Il segnale della giornata non è il segno più davanti agli indici, ma la sua composizione: corre l'AI applicata, mentre i chip che la alimentano restano a +0,5%.

Fonti

Borse europee in rosso, Milano -0,6%: spread Btp-Bund fino a 112

Le Borse europee chiudono il 1° ottobre in ribasso, ma il dato che pesa più della chiusura è la volatilità della seduta. Piazza Affari termina a -0,6%, dopo essere scivolata fino a -1,4% nel primo pomeriggio: quasi un punto percentuale recuperato. Lo spread Btp-Bund tocca un massimo di 112 punti base e il rendimento del decennale italiano sale al 4,7%, prima di rientrare a 105 e 4,58%. A premere sui listini sono il Brent sopra i 100 dollari e i rendimenti obbligazionari ai massimi da anni. Le banche guidano i ribassi milanesi; i titoli tech tengono sulla scia dei conti di Micron.

Come hanno chiuso le Borse europee: Milano -0,6%, Londra -1,1%

Le principali piazze europee hanno chiuso tutte in rosso, ma lontane dai minimi di giornata. Milano ha terminato a -0,6%, Londra a -1,1%, Parigi a -0,7% e Francoforte a -0,2%. Nel primo pomeriggio le perdite erano circa il doppio. Il recupero non è bastato a riportare alcun indice in territorio positivo.

PiazzaVariazione di chiusura
Milano (Ftse Mib)-0,6%
Londra-1,1%
Parigi-0,7%
Francoforte-0,2%

Nel primo pomeriggio il quadro era decisamente più pesante: Piazza Affari cedeva l'1,48% (dopo un'apertura a -1,15%), Londra l'1,71%, Parigi l'1,37%, Francoforte l'1,24% e Madrid l'1,59%. Wall Street, intanto, si è mossa in direzione opposta: i future sul Nasdaq erano positivi, sostenuti dai conti di Micron.

Spread Btp-Bund: dal massimo di 112 punti al rientro a 105

Il differenziale tra il decennale italiano e il Bund tedesco ha vissuto una seduta in due fasi opposte. In mattinata lo spread si è allargato fino a 112 punti base, con il rendimento del BTP decennale al 4,7%; nel pomeriggio il movimento si è invertito, con il differenziale rientrato a 105 punti e il rendimento del BTP al 4,58%, in calo di tre punti base dopo essere salito di quasi dieci.

Le diverse rilevazioni delle agenzie fotografano la stessa giornata con valori leggermente diversi. ANSA segnala un allargamento fino a 112 punti base con il BTP al 4,7%, FIRSTonline indica un picco a 109 punti con il decennale al 4,71%. Le differenze riflettono i diversi momenti di rilevazione in una seduta molto volatile, non versioni contrastanti dei fatti.

Sul fronte obbligazionario globale la pressione è stata ampia: il Treasury decennale americano è risalito al 5,28%, dopo aver toccato in mattinata livelli che non si vedevano dal 2002, e i Gilt britannici hanno aggiornato i massimi dal 1998, con le scadenze più lunghe oltre la soglia del 6%.

Piazza Affari: banche in rosso, tech e Fincantieri in controtendenza

A Milano sono i titoli finanziari a guidare le vendite. Poste Italiane arretra del 2,5%, Banco Bpm del 2,1%, Mediobanca del 2%, Bper dell'1,7% e Mediolanum dell'1,6%. Le perdite sono state più ampie nel primo pomeriggio (Poste -2,92%, Banco Bpm -2,7%) e si sono ridotte con il recupero dell'indice.

Borse europee in calo, Milano in rosso con lo spread in ampliamento
Grafico dei prezzi di borsa con linee rosse e verdi che indicano le fluttuazioni di mercato. Foto di Rafael Minguet Delgado su Pexels

In controtendenza il comparto industriale e tecnologico. Fincantieri guadagna il 3,9%, Prysmian l'1,8% e Campari l'1,8%. Stm sale dello 0,56%, sostenuta come il resto del comparto dei microchip dalle indicazioni di Micron Technology, il principale produttore statunitense di chip di memoria, che ha diffuso previsioni ottimistiche confermando una domanda legata all'intelligenza artificiale ancora robusta. Technoprobe ha messo a segno il terzo giorno consecutivo di rialzo.

La distanza tra i due estremi della seduta milanese è netta: tra il +3,9% di Fincantieri e il -2,5% di Poste ci sono 6,4 punti percentuali di differenza in una sola giornata.

Petrolio, rendimenti e inflazione: il doppio motore della vendita

Due fattori spiegano la giornata negativa dei listini europei. Il primo è il petrolio: il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile a 100,57 dollari (+2,5%), mentre il Wti sale dell'1,9% a 92,2 dollari. Il rialzo amplifica un movimento già in corso: a settembre il Brent ha guadagnato il 14,4% e il Wti il 12,8%.

Il secondo fattore è l'inflazione. A settembre i prezzi sono accelerati sopra le attese in tutte le principali economie dell'eurozona: Italia 4,2% (dal 3,3% di agosto), Spagna 5% (dal 4,6%), Francia 3,4% (dal 2,6%) e Germania 3,3% (dal 2,9%). Alla base ci sono soprattutto i prezzi dell'energia. Gli operatori hanno ridotto le aspettative di un rialzo dei tassi BCE a ottobre, mentre quelle per un intervento della Fed sono scese al 37%, dal 71% di una settimana prima.

In Asia la musica è stata diversa: il Nikkei 225 ha chiuso in rialzo del 3,30% a 68.956,72 punti, trainato proprio dai titoli legati ai semiconduttori e all'intelligenza artificiale.

Il percorso dello spread racconta più della chiusura. Dal picco di 112 punti base ai 105 finali, il differenziale ha perso 7 punti, mentre il rendimento del BTP è rientrato di 12 punti base (da 4,7% a 4,58%). Rispetto alla chiusura del 30 settembre, che il Sole 24 Ore indica a 102 punti base, il picco di giornata ha segnato un allargamento di 10 punti, quasi interamente riassorbito prima della campanella. Un rendimento del BTP al 4,58% vale cedole più alte per chi compra titoli di Stato oggi, ma prezzi in calo per chi li detiene già; lo spread a 105 punti, sopra quota 100 per la prima volta da maggio 2025, segnala che il premio di rischio richiesto sull'Italia resta più alto della media recente.

L'appuntamento decisivo è per venerdì, con la stima flash dell'inflazione dell'Eurozona attesa al 3,7%, ai massimi da circa tre anni. Il test vero, però, è già nei numeri di questa seduta: 112 punti di spread e BTP al 4,7% in mattinata, 105 e 4,58% nel pomeriggio. Milano ha dimostrato che sui prezzi deboli riemergono i compratori, ma il quadro macro — inflazione al 4,2% in Italia e petrolio sopra i 100 dollari — lascia poco spazio a un recupero rapido.

Fonti

Plenitude: aumento da 1,56 miliardi, Eni al 65,03% e Ares al 26,24%

Il riassetto di Plenitude ha un prezzo dichiarato: 1,56 miliardi di euro di capitale fresco, un Equity Value al 100% pre-money di 10,75 miliardi e un Enterprise Value di circa 13,1 miliardi. Eni ha completato l'operazione insieme ad Ares Management Alternative Credit funds ed Energy Infrastructure Partners, portando la propria quota al 65,03% e quella di Ares al 26,24%. L'effetto più rilevante per chi segue il titolo Eni non è l'assetto delle quote, ma il perimetro del bilancio: Plenitude esce dal consolidato della capogruppo, perché il controllo diventa congiunto con Ares.

I numeri dell'operazione

L'aumento di capitale è non proporzionale e vale 1,56 miliardi: Ares ne ha sottoscritti 1,08 miliardi, Eni 0,48 miliardi. Il capitale sociale di Plenitude risulta così ripartito tra i tre soci.

AzionistaQuota post-operazioneCapitale sottoscritto
Eni65,03%0,48 miliardi
Ares26,24%1,08 miliardi
EIP8,73%—

Due rapporti aiutano a leggere la mossa. Ares ha coperto il 69,2% dell'aumento (1,08 su 1,56 miliardi), Eni il restante 30,8%. Il capitale immesso pesa il 14,5% dell'Equity Value pre-money: i soci hanno iniettato risorse pari a circa un settimo del valore attribuito alla società prima dell'operazione. Sommando l'aumento ai 10,75 miliardi di partenza, l'Equity Value post-money arriva a 12,31 miliardi.

Sull'arrotondamento le testate divergono leggermente: la Repubblica sintetizza la quota Ares al 26%, mentre ANSA, FinanzaOnline e Il Sole 24 Ore indicano 26,24%. È una differenza di precisione nella stesura della nota, non una discrepanza sui dati.

Il deconsolidamento cambia il perimetro del bilancio Eni

Il nuovo assetto attribuisce a Eni e Ares il controllo congiunto di Plenitude, con il conseguente deconsolidamento della società dal bilancio consolidato di Eni. Eni conserva il controllo di diritto e continuerà a esercitare l'attività di direzione e coordinamento prevista dall'art. 2497 del Codice Civile, compatibilmente con il controllo congiunto e in conformità agli accordi tra soci.

Per chi legge i conti del gruppo, è il passaggio con l'impatto più concreto: Plenitude non contribuirà più riga per riga ai ricavi e all'indebitamento consolidati della capogruppo. Nella sostanza la società continua a essere guidata da Eni, che nomina l'amministratore delegato, ma il perimetro contabile si alleggerisce.

Eni completa il riassetto di Plenitude con un aumento di capitale da 1,56 miliardi
Pannelli solari in un impianto fotovoltaico per la produzione di energia rinnovabile. Foto di Mark Stebnicki su Pexels

Secondo la nota diffusa da Eni, l'operazione rafforza la struttura patrimoniale di Plenitude ed è coerente con la strategia del gruppo di valorizzare le proprie società satellite, liberando risorse da destinare alla crescita dei business di Eni, alla sicurezza energetica e alla creazione di valore nel lungo termine per gli azionisti.

Governance: nove consiglieri e il potere di blocco di Ares

Il nuovo Consiglio di Amministrazione di Plenitude sarà composto da nove membri: cinque nominati da Eni (tra cui l'amministratore delegato), tre da Ares (tra cui il presidente) e uno da EIP. I nuovi accordi prevedono maggioranze qualificate — il voto favorevole di almeno uno degli amministratori Ares — su alcune materie rilevanti, tra cui l'approvazione del budget e dei piani aziendali.

Qui emerge uno scarto tra azioni e seggi. Eni detiene il 65,03% del capitale ma esprime cinque consiglieri su nove, il 55,6% del board. Ares, ferma al 26,24% del capitale, ne nomina tre, un 33,3% del totale: una rappresentanza in consiglio più che proporzionale alla quota, coerente con il ruolo di partner nel controllo congiunto.

Francesco Gattei, Chief Transition & Financial Officer di Eni, ha letto l'operazione come "una concreta dimostrazione dell'efficacia del modello satellitare di Eni". Stefano Goberti, amministratore delegato di Plenitude, ha parlato di "un nuovo capitolo" nel percorso di crescita della società, grazie al supporto di partner come Eni, Ares ed EIP.

L'analisi: dove finiscono i 1,56 miliardi

Mettendo in fila i numeri della nota, la forbice tra Enterprise Value ed Equity Value di Plenitude è di 2,35 miliardi (13,1 meno 10,75). L'aumento di capitale copre l'11,9% dell'Enterprise Value complessivo. Sono proporzioni che raccontano un'azienda valutata poco più di dieci miliardi di equity, sulla quale i soci sono intervenuti con una ricapitalizzazione non proporzionale: Eni ha messo meno di un terzo della somma, Ares oltre due terzi, e proprio da questo sbilanciamento nasce il nuovo equilibrio delle quote.

Per chi guarda Eni come investimento, la conseguenza operativa è un conto economico consolidato più snello e una partecipazione in una società non più consolidata integralmente. Per chi guarda Plenitude, il capitale fresco e i patti parasociali definiscono un perimetro decisionale in cui le scelte su budget e piani passano dal consenso di Ares.

Il test del modello satellite non è l'aumento firmato oggi, ma la capacità di Plenitude di crescere attingendo capitale fuori dal bilancio della capogruppo.

Fonti

Inflazione Ue oltre le attese: Ftse Mib -0,84% ed euro ai minimi

L'inflazione di settembre ha superato le previsioni in tutti i quattro grandi Paesi europei, e i mercati l'hanno prezzata subito: nella seduta del 30 settembre il Ftse Mib ha perso lo 0,84%, il Dax lo 0,79%, mentre a Wall Street il Dow Jones arretrava dello 0,86%. Il vero movimento, però, è sul cambio: l'euro è scivolato fino a 1,1312 dollari, il livello più basso da maggio 2025, con una perdita fino allo 0,5% nella seduta. Per chi guarda le quotazioni, il messaggio è chiaro: la sorpresa sul carovita non è un dato isolato, è una tesi di mercato.

Le borse europee e lo spread italiano

La giornata si è chiusa in rosso per i principali listini del continente, con il Ftse Mib tra i peggiori a -0,84%. A Francoforte il Dax ha lasciato sul terreno lo 0,79%, mentre il Dow Jones segnava -0,86%. Il quadro dei prezzi in Italia resta accompagnato da uno spread a 101,80, il valore indicato nel riquadro di mercato della seduta.

A pesare non è stata un'unica notizia, ma la combinazione dei dati diffusi nell'arco della settimana. I numeri peggiori sono arrivati dalla Spagna, con l'inflazione armonizzata al 5% annuo dal 4,6% di agosto. In Francia i prezzi sono saliti al 3,4% dal 2,6%, in Germania al 3,3% dal 2,9%, in Italia al 4,2% nazionale (dal 3,3%) e al 4,1% armonizzato. Venerdì 2 ottobre Eurostat pubblicherà il dato complessivo dell'area, atteso al 3,7% dal 3,2% di agosto.

L'euro ai minimi da 16 mesi

La debolezza della moneta unica è il dato che più racconta la reazione dei mercati. Il cross euro-dollaro è sceso fino a 1,1312, un minimo che non si vedeva da maggio 2025, con un calo fino allo 0,5% nella seduta. A spingere il biglietto verde sono le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi della Federal Reserve.

Per l'inflazione europea questo movimento non è neutro. Un euro più debole aumenta il costo in valuta locale delle materie prime acquistate in dollari, aggiungendo pressione sui prezzi delle importazioni. L'effetto finale dipende dalla durata del movimento e dalla capacità delle imprese di trasferire i maggiori costi ai clienti: è un elemento che si affianca, non sostituisce, ai dati su energia, inflazione di fondo e salari.

Cosa prezzano gli swap sui tassi Bce

Sul fronte della politica monetaria, il mercato ha già scritto la sua scaletta. Il tasso sui depositi è al 2,50% dopo i rialzi di giugno e settembre, e le quotazioni degli swap riportate da FinanzaOnline indicano una probabilità di circa il 27% per un rialzo da 25 punti base nella riunione del 29 ottobre. Per il 17 dicembre la probabilità implicita di un aumento sale a circa il 90%.

La curva, nel complesso, incorpora circa 29 punti base di stretta entro dicembre. Il calcolo derivato è immediato: sommando i 29 punti base al tasso sui depositi di 2,50%, il mercato prezza un livello attorno al 2,79% entro fine anno. Oltre 60 punti base sono poi prezzati entro marzo 2027, uno scenario compatibile con un primo rialzo entro fine 2026 e ulteriori aumenti nei mesi successivi.

Inflazione in Europa: energia spinge i prezzi, BCE sotto pressione
Grafico digitale con pattern a candele che illustra i trend di mercato. Foto di Rafael Minguet Delgado su Pexels

La presidente della Bce Christine Lagarde ha ribadito lunedì che l'inflazione è destinata a salire, ma che per ora non emergono segnali di un radicamento delle pressioni nei salari. È la ragione per cui la lettura della riunione di ottobre resta aperta.

Attese e consensus: dove le fonti divergono

Sul dato francese le ricostruzioni non coincidono: MilanoFinanza indica un'attesa di consensus al 3,1%, mentre FinanzaOnline riporta un 3,2% previsto. È il tipo di scarto che dipende dal panel di analisti interrogati, non dal dato rilevato, ma cambia la lettura dello "scostamento" rispetto alle attese.

Diversa, e più rilevante, è la divergenza sull'Eurozona. Il consensus di mercato indicato da FinanzaOnline è al 3,7% per settembre; MilanoFinanza riporta la stima di Citi a 3,8%, oltre le attese. In quest'ultimo caso il dato sarebbe superiore di circa lo 0,2% rispetto alle previsioni della Bce.

Un ultimo dettaglio utile a pesare i segnali: l'inflazione di fondo. In Germania la misura nazionale resta stabile al 2,4%; in Italia sale solo da 1,5% a 1,7%; in Spagna la componente core risale dal 2,9% al 3,1%. Un aumento dell'indice generale molto più marcato di quello sottostante è coerente con pressioni concentrate sull'energia. Una sorpresa anche sulla componente core renderebbe più difficile sostenere questa tesi, e per i mercati farebbe la differenza tra un rialzo a dicembre e uno già a ottobre.

Il quadro reale dietro i movimenti

Sul piano dei fatti l'accelerazione italiana ha un responsabile preciso: i beni energetici sono passati da un +17,1% a un +22,3% annuo, con il gas di città e naturale sul mercato tutelato a +47,2% e i prezzi dei carburanti in forte rialzo — diesel +34,9%, gasolio da riscaldamento +38,5%, benzina +21,8%. Da ottobre è annunciato un aumento della tariffa elettrica regolamentata del 37,3%.

Per gli analisti il quadro non è ancora generalizzato. Paolo Pizzoli, senior economist di Ing, lo definisce "meno allarmante di quanto suggerisca il dato aggregato, ma non del tutto rassicurante", spiegando che "il picco di settembre sembra dovuto soprattutto allo shock energetico piuttosto che a una ripresa generalizzata delle pressioni sui prezzi domestici". Giada Giani, economista di Citi, aggiunge un elemento di cautela sulle stime: "Il trasferimento dell'aumento dei prezzi del gas è più difficile da monitorare rispetto a quello del petrolio, e quindi più suscettibile di generare sorprese inflazionistiche".

Per il lettore che segue i mercati, la sintesi operativa non è una direzione di prezzo, ma un incrocio di date: il 2 ottobre esce il dato Eurozona, il 29 ottobre si riunisce la Bce, il 17 dicembre arriva la riunione con le nuove proiezioni. È su queste tre scadenze che il mercato ha costruito la sua scaletta di rialzi — non su un giudizio già chiuso.

Fonti

MFE-MediaForEurope: Ebit a 145,7 milioni, ricavi a 2,95 miliardi

Mfe-MediaForEurope ha chiuso il primo semestre 2026 con un profilo a due velocità: ricavi in calo a 2.951,4 milioni di euro, redditività operativa in forte risalita. L'Ebit adjusted di gruppo arriva a 145,7 milioni, contro i -7,3 milioni pro forma di un anno prima, e la posizione finanziaria netta scende a 857,1 milioni. Per il titolo quotato al MidCap, il dato che tiene in piedi l'equity story è che la guidance sul 2026 resta confermata.

Ricavi giù del 6% mentre i margini accelerano

I ricavi consolidati si fermano a 2.951,4 milioni di euro, contro i 3.142 milioni del primo semestre 2025 su base pro forma: una flessione del 6%. Il semestre è il primo che incorpora integralmente la tedesca Prosiebensat, e il confronto è costruito come se la controllata fosse stata nel consolidato per tutto il 2025.

VocePrimo semestre 2026Confronto pro forma
Ricavi consolidati2.951,4 mln €3.142 mln € (H1 2025)
Ebit adjusted di gruppo145,7 mln €-7,3 mln € (H1 2025)
Risultato netto adjusted di gruppo50,5 mln €6,9 mln € (H1 2025)
Ebit adjusted Entertainment163,7 mln €47,5 mln € (H1 2025)
Posizione finanziaria netta (covenant)857,1 mln €959,2 mln € (1 gennaio 2026)

Il gruppo attribuisce la contrazione dei ricavi alla debolezza del mercato pubblicitario nelle aree geografiche di riferimento, all'impatto della Coppa del Mondo Fifa trasmessa da altre reti e alle variazioni di perimetro nel segmento Commerce & Dating.

La marginalità operativa passa dal -0,2% al 4,9%

Rapportando l'Ebit adjusted di 145,7 milioni ai ricavi di 2.951,4 milioni, la marginalità operativa del gruppo si attesta al 4,9%. Un anno prima, sugli stessi 3.142 milioni pro forma, il risultato operativo era negativo per 7,3 milioni, cioè circa -0,2% dei ricavi. Il salto è di oltre cinque punti percentuali in dodici mesi.

Sul fronte dell'utile, il risultato netto adjusted di competenza del gruppo sale a 50,5 milioni dai 6,9 milioni pro forma: un miglioramento di 43,6 milioni, con l'utile più che settuplicato rispetto al periodo di confronto. Il gruppo precisa che entrambe le grandezze adjusted escludono gli ammortamenti relativi alle PPA e, a livello di risultato netto, i relativi effetti fiscali e le quote di competenza degli azionisti di minoranza.

Il segmento Entertainment — che comprende Italia, Spagna e area Dach — è il vero motore della rimonta: l'Ebit adjusted tocca 163,7 milioni contro 47,5 milioni pro forma, con i costi del segmento in calo di 216,9 milioni, pari al 9%.

Visualizzazione di grafici finanziari di un'azienda media con ricavi in calo e margini in crescita
I dati finanziari rivelano un'azienda con profilo duale: ricavi in flessione, margini e redditività in crescita.

Efficienze oltre 200 milioni: più dell'intero Ebit di gruppo

Nel comparto Entertainment, Mfe ha già ottenuto oltre 200 milioni di euro di efficienze e ottimizzazioni nel solo primo semestre, a una velocità "oltre due volte" superiore a quanto previsto per l'intero 2026 nel piano presentato al mercato in fase di Opas. Il dato regge una lettura quantitativa: i 200 milioni di efficienze valgono circa il 6,8% dei ricavi consolidati del semestre e superano di oltre 54 milioni l'intero Ebit adjusted di gruppo, fermo a 145,7 milioni.

Pier Silvio Berlusconi, chairman and group Ceo, ha parlato di un semestre chiuso "con un risultato operativo adjusted di 146 milioni di euro, ben al di sopra delle stime" in un mercato "estremamente complicato", anche per la presenza di importanti eventi sportivi sulle reti concorrenti.

Debito giù di 102 milioni in sei mesi

La posizione finanziaria netta ai fini dei covenant scende da 959,2 milioni di inizio gennaio 2026 a 857,1 milioni di fine giugno. La riduzione è di 102,1 milioni in sei mesi, pari a circa il 10,6% del valore di partenza. Il gruppo procede in parallelo con l'integrazione della controllata tedesca.

Sul fronte della governance finanziaria, il Consiglio di sorveglianza di ProSiebenSat ha nominato Ingrid Heisserer nuovo Group Chief Financial Officer con decorrenza dal 1 febbraio 2027. Succede a Bob Rajan, Group Cfo ad interim dal 21 ottobre 2025 e in carica fino all'assunzione dell'incarico da parte di Heisserer.

Terzo trimestre atteso ancora in flessione, quarto decisivo in Germania

Giugno e luglio hanno risentito dei Mondiali, che Mfe non ha trasmesso nei suoi tre mercati di riferimento. Da agosto il gruppo segnala l'emergere di segnali di miglioramento, ma nel terzo trimestre i ricavi pubblicitari consolidati sono attesi ancora in flessione di pochi punti percentuali. Il quarto trimestre sarà quindi decisivo, soprattutto in Germania.

Sul lato dei mercati pubblicitari, l'Italia resta il paese più resiliente. Berlusconi ha sottolineato "l'ottima tenuta dei ricavi in Italia", in uno scenario in cui "i mezzi tradizionali e la televisione" sono "in difesa" e cresce ulteriormente il comparto digitale "dominato dalle grandi multinazionali del web". Il 2026 resta un anno di transizione, con l'obiettivo confermato di migliorare la redditività operativa e consolidare la generazione di cassa rispetto ai dati pro forma 2025.

Fonti

Wall Street apre in rialzo: Nasdaq +0,45%, Dow +0,10% in attesa Fed

L'apertura del 16 settembre 2026 premia la tecnologia e lascia indietro il resto: il Nasdaq sale dello 0,45% a 26.106,74 punti, quattro volte e mezzo il ritmo del Dow Jones, fermo a +0,10% a 52.098,13 punti. Lo S&P 500 sta in mezzo, +0,25% a 7.604,78 punti. È un rialzo vero ma selettivo, arrivato mentre il mercato teneva il fiato per il verdetto della Federal Reserve sui tassi. La seduta si è poi mantenuta prevalentemente sopra la parità anche dopo l'annuncio, con gli investitori ancora cauti.

I numeri dell'apertura: Nasdaq in testa, Dow a +0,10%

Tutti e tre i principali indici statunitensi hanno aperto in territorio positivo, con guadagni compresi tra lo 0,10% e lo 0,45%.

IndiceVariazioneLivello
Dow Jones+0,10%52.098,13 punti
Nasdaq+0,45%26.106,74 punti
S&P 500+0,25%7.604,78 punti

Il confronto con la vigilia spiega il rimbalzo: il 15 settembre Wall Street aveva chiuso in calo, con il Dow Jones a -0,63%, l'S&P 500 a -0,45% e il Nasdaq a -0,78%. Sul Dow esiste una piccola differenza di rilevazione: una lettura de La Gazzetta del Mezzogiorno indicava +0,05%, prima che l'indice si portasse a +0,10%. Uno scarto legato al momento della misurazione di un dato che si muove minuto per minuto, non a una divergenza di merito tra testate.

La Fed e le vendite al dettaglio: cosa aspettano i mercati

Il mercato ha prezzato una probabilità del 94,5% di un rialzo dei tassi di un quarto di punto da parte della Fed, che porterebbe il costo del denaro nell'intervallo 3,75%-4,00%. A sostegno di questa attesa è arrivato il dato macro di giornata: le vendite al dettaglio statunitensi di agosto sono salite dell'1,2%, contro lo 0,8% previsto dagli analisti e il -0,5% del mese precedente.

Sul tavolo non c'è solo l'entità della mossa, ma la sua lettura. L'analisi di FIRSTonline mette in luce una possibile rotta di collisione tra il presidente della Fed Kevin Warsh e la Casa Bianca di Donald Trump, che ha ripetutamente chiesto tassi più bassi: secondo quella lettura, una decisione di stasi farebbe crollare i listini. Alla Fed seguiranno in settimana le mosse di Banca d'Inghilterra e Banca del Giappone.

Europa positiva: Milano +0,7%, semiconduttori in fuga

Le borse europee hanno accompagnato il rialzo di Wall Street, con Piazza Affari in testa al gruppo.

Grafici finanziari in rialzo con trend lines ascendenti sullo skyline di un distretto degli affari, simbolo del rialzo di Wall Street
Wall Street apre con guadagni diffusi, trainata dalla tecnologia e dai principali indici in territorio positivo.
PiazzaVariazione
Milano+0,7%
Londra+0,65%
Parigi+0,6%
Madrid+0,35%
Francoforte+0,3%

Tra i singoli titoli, la seduta ha disegnato una gerarchia netta:

  • Semiconduttori in forte rialzo: Soitec +14,27%, spinta da Morgan Stanley, che ha alzato la raccomandazione ad acquistare e raddoppiato il prezzo obiettivo a 200 euro; seguono Asm (+3,79%), Asml (+2,67%) e Stm (+1,72%).
  • Petroliferi in calo: Shell -0,75%, Eni -0,6% e Bp -0,52%; controcorrente TotalEnergies, +0,25%.
  • Lusso in recupero: Kering +2,4%, Puma +1,965% e Cucinelli +1,55%.
  • Automobilistici in rosso: Renault -2,85%, Stellantis -2,64%, Mercedes -1,7% e Volkswagen -1,6%. Su Stellantis pesa il taglio di Berenberg, che è passata da Buy a Hold con un target a 5,10 euro dai 7,80 euro precedenti.

Obbligazioni e materie prime: spread BTP-Bund fermo a 87,1 punti

Lo spread tra Btp e Bund decennali resta stabile a 87,1 punti, con il rendimento annuo italiano in ribasso di 2,2 punti al 4,39%. Scendono anche i rendimenti tedeschi (5,52%, -1 punto), francesi (4,49%, -1,2 punti) e britannici (5,32%, -6,8 punti). Il Treasury decennale statunitense si è riportato a 4,9938%, sotto la soglia del 5% superata il 15 settembre per la prima volta dal 2007, come avevamo riportato.

Sul fronte energetico il Wti perde l'1,7% a 104,05 dollari al barile e il Brent l'1% a 107,65 dollari; il gas sale dello 0,41% a 80,4 euro al MWh. L'oro cede lo 0,14% a 4.343,26 dollari l'oncia, mentre il dollaro si rafforza sopra 1,15 sull'euro e a quasi 1,35 sulla sterlina.

Cosa dicono i numeri: un rialzo a trazione Nasdaq

Il tratto distintivo della seduta sta nella composizione del rialzo, non nella sua entità. Il +0,45% del Nasdaq equivale a 4,5 volte il +0,10% del Dow Jones: la Borsa americana scommette sul comparto tecnologico, non su un allentamento generalizzato. La stessa selettività si legge in Europa, dove i semiconduttori corrono a doppia cifra mentre gli automobilistici arretrano, e dove il taglio di Berenberg su Stellantis implica un target ridotto del 34,6% (dai 7,80 euro a 5,10 euro).

Due dati letti insieme spiegano perché gli indici non arretrano nonostante la prospettiva di tassi più alti: le vendite al dettaglio a +1,2% battono le attese di +0,8% e consolidano il quadro di un'economia statunitense ancora solida, che è esattamente ciò che rende credibile il rialzo Fed prezzato al 94,5%. Per chi detiene debito italiano, il segnale operativo arriva dai numeri obbligazionari: spread fermo a 87,1 punti e rendimento del BTP decennale in calo di 2,2 punti al 4,39% indicano che il mercato non sta chiedendo un premio maggiore per il rischio Italia.

La vera indicazione della giornata non è quindi il segno più davanti agli indici, ma la sua concentrazione: un mercato che compra chip e lascia a casa auto, petrolio e small cap si sta preparando a tassi più alti senza rinunciare alla crescita.

Fonti

Istat, inflazione al 3,3% in agosto: energia a +17,1%, carrello in frenata

L'Istat ha confermato l'accelerazione dell'inflazione italiana di agosto 2026 al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio, il livello più alto da quasi tre anni. Il dato definitivo replica le stime preliminari: per chi guarda ai mercati, la conferma significa che il quadro non cambia rispetto a quanto era già stato anticipato a inizio mese. A spingere il rialzo sono i prezzi dei beni energetici, saliti del 17,1% annuo.

Il quadro generale: +0,5% su mese, +3,3% su anno

L'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,5% su base mensile e del 3,3% su base annua, contro il +2,9% di luglio. Per trovare un dato più elevato bisogna risalire a settembre 2023, quando l'inflazione aveva toccato il 5,3%.

Sul mese, la variazione riflette soprattutto l'aumento dei prezzi degli energetici regolamentati (+3,0% rispetto a luglio) e non regolamentati (+2,9%), insieme ai servizi relativi ai trasporti (+1,3%) e ai beni durevoli (+0,5%). L'inflazione media acquisita per il 2026 sale a +2,9% per l'indice generale e a +1,9% per la componente di fondo. L'indice armonizzato (IPCA) segna +0,1% sul mese e +3,2% sull'anno, mentre l'indice per le famiglie di operai e impiegati (FOI) cresce dello 0,6% sul mese e del 3,4% sull'anno.

Energia: +17,1%, il motore dell'accelerazione

I prezzi dei beni energetici passano dal +11,6% di luglio al +17,1% di agosto. L'accelerazione è di 5,5 punti percentuali in un solo mese. Nel dettaglio, gli energetici regolamentati salgono dal +14,8% al +18,6%, mentre i non regolamentati — carburanti in testa — balzano dal +11,4% al +17,0%.

L'Istat indica nell'energia il principale responsabile della risalita dell'indice generale. A contribuire sono anche i beni durevoli, che accelerano dal +0,7% al +1,3%, e, in misura minore, gli alimentari non lavorati (dal +3,6% al +3,8%). Rapportato all'indice complessivo, il confronto è netto: nello stesso mese l'inflazione generale è salita di 0,4 punti (da 2,9% a 3,3%), mentre la componente energetica ne ha guadagnati 5,5.

Grafici finanziari in rialzo e monete d'oro su uno skyline di business district, illustrazione dell'inflazione
L'inflazione ad agosto accelera principalmente per i rialzi dei prezzi energetici sul mercato.
VoceLuglio 2026Agosto 2026
Beni energetici+11,6%+17,1%
Energetici regolamentati+14,8%+18,6%
Energetici non regolamentati+11,4%+17,0%
Beni durevoli+0,7%+1,3%
Alimentari non lavorati+3,6%+3,8%
Carrello della spesa+1,0%+0,9%
Inflazione di fondo+1,6%+1,5%

Carrello della spesa e voli: le voci in controtendenza

Il carrello della spesa — beni alimentari, per la cura della casa e della persona — rallenta allo 0,9% dall'1,0% di luglio. È una revisione al ribasso rispetto alle stime preliminari, che indicavano il carrello stabile al +1%. Il settore alimentare nel complesso frena da +1,1% a +1,0%, guidato dall'ampliarsi della flessione dei beni alimentari lavorati (da -0,2% a -0,4%), solo in parte compensata dall'accelerazione degli alimentari non lavorati. Dentro quest'ultimo capitolo pesa il ritmo di crescita di ortaggi, tuberi, banane e legumi, salito dal +2,6% al +4,0%, mentre frutta e frutta a guscio segnano una flessione più marcata (da -0,7% a -1,7%).

Sul fronte delle vacanze, i biglietti aerei costano l'11,5% in meno rispetto a un anno prima, pur segnando +5,7% su luglio. I servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona rallentano dal +3,0% al +2,6%; i servizi relativi ai trasporti scendono dal +1,6% allo 0,8%. I servizi di alloggio costano l'1,4% in meno rispetto a luglio e il 3,2% in più rispetto al 2025.

Inflazione di fondo in calo: il dettaglio che conta

L'inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, scende dal +1,6% al +1,5%. Anche l'indice al netto dei soli energetici rallenta, dal +1,8% al +1,7%.

Il punto centrale è la distanza tra i due numeri: l'inflazione generale viaggia al 3,3% mentre quella di fondo è all'1,5%, un divario di 1,8 punti percentuali. La pressione sui prezzi arriva quindi soprattutto da una singola componente — l'energia — e non da un rialzo diffuso. Il confronto tra comparti lo conferma: i prezzi dei beni accelerano dal +3,2% al +4,1%, i servizi rallentano dal +2,7% al +2,4%, ampliando il differenziale tra servizi e beni da -0,5 a -1,7 punti percentuali. In controtendenza i prodotti ad alta frequenza d'acquisto, che accelerano dal +3,4% al +4,3%.

Per i mercati il numero era già atteso: conta la composizione

Per chi opera sui mercati, la conferma delle stime preliminari toglie l'elemento di sorpresa: il dato definitivo non introduce scostamenti rispetto a quanto era già noto. Il numero resta un riferimento per le aspettative sui tassi, perché la composizione dell'inflazione racconta due storie diverse: l'indice generale corre per l'energia, la componente di fondo si raffredda.

Il divario di 1,8 punti tra inflazione generale e di fondo è il dato che meglio riassume il quadro. Se l'energia è l'unica voce in forte accelerazione e il resto del paniere rallenta — carrello della spesa allo 0,9%, servizi trasporti allo 0,8% —, il 3,3% fotografa la corsa di una singola componente più che un rialzo generalizzato dei prezzi.

Fonti

TISG: 11 offerte non vincolanti, il conto alla rovescia scade il 15 ottobre

The Italian Sea Group chiude la prima fase del processo competitivo avviato per individuare nuovi investitori con 11 offerte non vincolanti sul tavolo. Il dettaglio che pesa più del numero: si tratta di operazioni strutturate sia nella forma dell'asset deal sia dello share deal, quindi non tutte hanno lo stesso perimetro. Le proposte sono ora in valutazione presso gli advisor della società, e il passaggio che conta è il 15 ottobre 2026, quando dovranno arrivare le offerte vincolanti.

La prima fase si chiude con 11 offerte su due binari

La nota diffusa dalla società chiude la fase aperta lo scorso 9 agosto, quando TISG aveva annunciato l'avvio del processo competitivo finalizzato all'individuazione di potenziali investitori nell'ambito del percorso di ristrutturazione. Le 11 manifestazioni arrivate sono tutte non vincolanti e sono attualmente oggetto di valutazione da parte degli advisor incaricati. L'identità dei soggetti partecipanti e i contenuti delle offerte restano riservati, per esigenze di confidenzialità e per garantire il corretto svolgimento delle interlocuzioni e del procedimento.

La notizia è stata riportata il 16 settembre 2026 da FinanzaOnline e Borse.it, mentre Il Sole 24 Ore ne ha scritto il 15 settembre: la comunicazione è quindi circolata a cavallo tra le due giornate.

La distinzione tra asset deal e share deal non è un tecnicismo. Indica che le proposte non hanno necessariamente lo stesso oggetto: alcune possono riguardare singoli asset, altre la partecipazione societaria. È il motivo per cui il numero 11 non equivale a undici pretendenti per l'intero gruppo.

Il calendario: 29 giorni per la due diligence e le offerte vincolanti

Il processo entra ora nella seconda fase, alla quale saranno ammessi i soggetti selezionati sulla base delle offerte ricevute. Il programma comprende, tra l'altro, lo svolgimento di una due diligence più approfondita, propedeutica alle offerte vincolanti da consegnare entro il 15 ottobre 2026.

Il calendario dice qualcosa che il comunicato non esplicita. Dal 9 agosto al 16 settembre sono trascorsi 38 giorni per raccogliere le manifestazioni d'interesse; dal 16 settembre al 15 ottobre ne restano 29, circa un quarto in meno. In quella finestra più stretta va concentrata una verifica più profonda sui conti e sul perimetro. La fase decisiva è quindi la più corta delle due, e questo rende il 15 ottobre un termine rigido più che indicativo.

TISG, ricevute 11 offerte non vincolanti
Stretta di mano tra professionisti in contesto di negoziazione commerciale. Foto di Ron Lach su Pexels

Sanlorenzo ha già annunciato l'offerta vincolante per l'intera TISG

Tra i soggetti che partecipano alla manifestazione di interesse c'è il gruppo Sanlorenzo. Il suo patron, Massimo Perotti, ha dichiarato che «l'azienda presenterà sicuramente un'offerta vincolante il 15 ottobre, per l'intera Tisg».

Un'altra manifestazione non vincolante, sempre per la totalità del cantiere, è stata depositata da Giulio Gallazzi attraverso Sri global, insieme a Bernardo Vacchi tramite Finvacchi. Sono i due casi in cui l'intenzione dichiarata riguarda il controllo dell'intero gruppo e non singoli pezzi.

Le 11 offerte non coincidono con i nomi circolati

Il Sole 24 Ore elenca altri soggetti interessati all'acquisizione di asset dell'azienda o dell'intero gruppo:

  • Azimut Benetti
  • Ferretti group
  • gruppo Palumbo
  • Baglietto
  • Blackstone attraverso Safe Harbor

La stessa testata precisa però che non è detto che tutti questi abbiano depositato l'offerta. E il confronto tra i due insiemi aiuta a leggere la notizia. I soggetti o raggruppamenti citati come potenzialmente interessati sono sette — Sanlorenzo, Gallazzi-Vacchi, Azimut Benetti, Ferretti group, gruppo Palumbo, Baglietto e Blackstone via Safe Harbor — a fronte di 11 offerte ricevute. Se anche tutti e sette avessero depositato una manifestazione, resterebbero almeno quattro proposte di origine ignota.

Cosa cambia per chi segue il dossier

Da qui al 15 ottobre gli elementi pubblici restano due: il numero delle manifestazioni arrivate e il calendario. TISG ha confermato che identità dei partecipanti e contenuti delle offerte saranno mantenuti riservati per esigenze di confidenzialità e per garantire il corretto svolgimento delle interlocuzioni. Nessuna indicazione, quindi, su quante delle 11 offerte puntino all'intero gruppo e quante a singoli asset.

La conseguenza è che la seconda fase pesa più della prima. Le 11 offerte non vincolanti misurano l'interesse; le offerte vincolanti del 15 ottobre misurano la disponibilità a chiudere. Ed è su quel secondo numero, non sull'11, che si definirà il perimetro reale dell'operazione.

Il dato da seguire non è quindi quante manifestazioni sono arrivate, ma quante ne sopravvivono alla due diligence approfondita entro la scadenza del 15 ottobre 2026.

Fonti

Tokyo chiude a +0,69%: Nikkei a 63.923 punti, Asia in attesa Fed

La Borsa di Tokyo ha chiuso la seduta del 16 settembre 2026 in rialzo dello 0,69%, con il Nikkei a 63.923,00 punti, dopo aver aperto in calo dello 0,12% a 63.410,21. Il recupero di oltre 500 punti in poche ore racconta la vera dinamica della giornata asiatica: più che un rally guidato dall'attesa per la Fed, un rimbalzo sostenuto dall'allentamento delle tensioni sui rendimenti obbligazionari, favorito dal ritracciamento del petrolio. Hong Kong, Shanghai, Shenzhen, Seul e Sydney hanno chiuso tutte in territorio positivo, mentre i future su Europa e Wall Street restano indicati in salita di un paio di punti decimali.

Il rimbalzo del Nikkei: da -0,12% a +0,69% in una seduta

Tokyo ha iniziato la giornata in territorio negativo, con il Nikkei in calo dello 0,12% a quota 63.410,21 (-73 punti), frenato dalla correzione di Wall Street e dai rendimenti dei bond decennali giapponesi che hanno superato il 3%, ai massimi degli ultimi 30 anni. Da lì l'indice ha invertito la rotta fino alla chiusura a 63.923,00 punti.

Il calcolo del recupero è netto: tra apertura e chiusura il Nikkei ha guadagnato 512,79 punti, pari a circa +0,81% sul livello di partenza. Poiché il -0,12% iniziale equivaleva a 73 punti, la chiusura della vigilia si collocava intorno a 63.483 punti: il +0,69% finale corrisponde quindi a circa 440 punti guadagnati sulla seduta precedente. Le prime rilevazioni della mattinata indicavano Tokyo in rialzo dello 0,4%: un livello poi più che raddoppiato nella parte conclusiva della giornata.

Sul fronte valutario lo yen si è indebolito, a 155,10 sul dollaro e poco sopra 179 sull'euro, in attesa delle riunioni di Fed e Boj previste questa settimana.

Asia positiva, future in rialzo su Europa e Wall Street

Nella rilevazione di metà seduta i listini asiatici viaggiavano tutti in territorio positivo, con Shenzhen in testa. Per Tokyo, l'unico listino di cui è disponibile la chiusura definitiva, il dato finale è il +0,69% del Nikkei.

PiazzaVariazione
Tokyo (Nikkei)+0,69% (chiusura)
Shenzhen+1,2%
Seul+0,8%
Shanghai+0,6%
Sydney+0,2%
Hong Kong+0,1%

I contratti derivati che anticipano l'apertura dei listini europei e statunitensi sono indicati in rialzo di un paio di punti decimali, segnale di un sentiment costruttivo che attraversa le principali piazze prima della decisione della Federal Reserve, attesa in serata.

Bond cauti: Treasury sotto il 5%, decennale giapponese oltre il 3%

I titoli di Stato americani e giapponesi si sono mossi poco, con scambi limitati in attesa delle indicazioni della Fed. Il rendimento dei Treasury decennali USA è sceso di un punto base, restando appena sotto la soglia del 5%. In Giappone il decennale ha superato il 3% toccando i massimi da 30 anni, un livello che ha accompagnato l'apertura debole del Nikkei.

Trend line in rialzo e monete d'oro sullo skyline finanziario di Tokyo, Nikkei in recupero
Il Nikkei di Tokyo recupera oltre 500 punti in una seduta guidata dall'allentamento dei rendimenti obbligazionari.

A favorire la flessione dei rendimenti americani contribuisce anche l'andamento del petrolio, che nei giorni precedenti aveva alimentato i timori di inflazione legati al caro energia. Il legame è diretto: il ritracciamento del greggio allenta, almeno in parte, le pressioni sui rendimenti obbligazionari che avevano penalizzato l'azionario.

Petrolio in calo e Fed al 90%: cosa guardano i mercati

Sul mercato energetico il WTI cede lo 0,9% scendendo a 104,8 dollari al barile, mentre il Brent arretra dello 0,4% a 108,3 dollari, correggendo parte del rally della vigilia. All'apertura giapponese le quotazioni del greggio erano indicate in progressivo rialzo intorno ai 107 dollari: anche in questo caso, valori da ancorare al momento della rilevazione.

Gli occhi restano puntati sulla Federal Reserve, con il mercato che prezza con oltre il 90% di probabilità un nuovo rialzo dei tassi. Il focus non sarà soltanto sulla decisione in sé, ma anche sulle parole del presidente Kevin Warsh. Gli analisti ritengono possibile che, in assenza di rassicurazioni sufficienti sul percorso di lotta all'inflazione, si assista a un ulteriore rialzo dei rendimenti dei bond a lunga scadenza, con gli investitori pronti a chiedere un premio al rischio più alto.

Ipek Ozkardeskaya, analista senior di Swissquote Bank, ha dichiarato: "Se la Fed dovesse aumentare i tassi senza ulteriori indicazioni da parte del presidente Warsh, i mercati azionari e obbligazionari potrebbero reagire positivamente". L'analista ha inoltre indicato la possibilità di un appiattimento della curva dei rendimenti, a fronte di un rialzo dei prezzi azionari.

Analisi: cosa dicono davvero i numeri della seduta

Mettendo in fila i dati, emerge un quadro che nessuna singola rilevazione restituisce da sola. Il rendimento del Treasury decennale in flessione di un punto base e il WTI in calo dello 0,9% sono due facce dello stesso movimento: il raffreddamento del petrolio toglie pressione ai rendimenti, e i rendimenti più morbidi sostengono gli acquisti sull'azionario asiatico. Questo succede in una giornata in cui il driver atteso — la decisione Fed — non ha ancora prodotto alcun effetto.

C'è poi una tensione da osservare: mentre i rendimenti USA si muovono appena sotto il 5%, il decennale giapponese resta oltre il 3%, sui massimi da 30 anni. Per un investitore che segue il mercato obbligazionario globale, la combinazione tra un'ottima performance azionaria asiatica e un costo del denaro giapponese ai massimi storici recenti è il vero elemento di attenzione, più del +0,69% del Nikkei.

Il resto è nelle mani della Fed: con il rialzo prezzato al 90%, il fattore binario della serata non è la decisione, ma la comunicazione che l'accompagna.

Fonti

Antitrust su Intesa-MPS: MPS +1,53% in Borsa, Intesa -0,19%

Monte dei Paschi di Siena guadagna l'1,53% in Borsa mentre Intesa Sanpaolo cede lo 0,19%: è la reazione dei due titoli all'apertura dell'istruttoria dell'Antitrust sull'OPAS da 35 miliardi di euro lanciata l'8 giugno per il controllo esclusivo di MPS. Nella stessa seduta del 15 settembre 2026 sale dello 0,93% anche Generali, il Leone di Trieste al centro di uno dei nodi esaminati dal Garante.

La divaricazione tra il titolo MPS e Intesa Sanpaolo

I numeri raccontano una scissione tra acquirente e target. MPS avanza dell'1,53%, Intesa Sanpaolo arretra dello 0,19%, Generali sale dello 0,93%. Nessuno dei tre movimenti è dirompente, ma la direzione è leggibile: il mercato tratta l'istruttoria come un filtro regolatorio, non come uno stop all'operazione.

Il provvedimento non blocca l'OPAS. L'Antitrust ha avviato lunedì 14 settembre il procedimento ai sensi dell'art. 16, commi 4 e 6, della legge n. 287/1990. Intesa e MPS hanno dieci giorni dalla notifica per chiedere di essere sentite; a seguire si apre la fase del confronto sui rilievi e sugli eventuali rimedi, quella in cui l'operazione può essere rimodellata con correttivi.

I numeri dell'istruttoria: 20, 17 e 72 province

Il Garante vuole "verificare i possibili effetti sulle dinamiche concorrenziali in diversi e numerosi mercati bancari e assicurativi, su base sia locale che nazionale". Le verifiche preliminari condotte dopo l'annuncio dell'offerta hanno individuato criticità potenziali su tre segmenti, con una geografia precisa:

SegmentoProvince con criticità
Raccolta dei depositi20
Prestiti alle piccole imprese17
Credito alle famiglie72

Il credito alle famiglie è il fronte più esteso: 72 province contro le 20 della raccolta depositi e le 17 dei prestiti alle PMI. L'esame riguarda anche il risparmio gestito, oltre ai mercati bancari e assicurativi.

Trend lines divergenti con skyline di distretto finanziario e monete d'oro, reazione dei titoli azionari alla notizia dell'Antitrust
L'Antitrust apre l'istruttoria su MPS: il mercato prezza diversamente i titoli di Intesa e il target dell'acquisizione.

Sul tavolo c'è l'accordo con Unipol per la cessione di 635 filiali MPS: 445 sono già individuate, le altre 190 restano modificabili proprio per rispondere ai rilievi del Garante. Sul totale delle cessioni, le filiali già identificate valgono circa il 70% (445 su 635): il margine di negoziazione residuo è concentrato sulle 190 restanti, ed è lì che si gioca la capacità di Intesa di ammorbidire i rilievi.

Il nodo Generali: 13% o 13,32%

Completata l'operazione, Intesa acquisirebbe una partecipazione in Assicurazioni Generali. Qui le fonti divergono sulla cifra. Il Sole 24 Ore indica il 13,32% in arrivo a Intesa attraverso Mediobanca; Reuters parla di una quota del 13%. La differenza può dipendere dal perimetro considerato — la catena Mediobanca rispetto alle partecipazioni dirette — ma va segnalata, perché è su questa quota che si misura il peso di Intesa nel gruppo assicurativo.

Intesa sostiene che "è possibile escludere" che la banca "sarebbe in grado di esercitare un controllo di fatto su Generali", anche perché non potrebbe nominare autonomamente la maggioranza del consiglio. L'Autorità vuole invece valutare gli effetti dell'operazione sul mercato e sulla distribuzione assicurativa, alla luce dei legami strutturali e dei rischi di scambio di informazioni tra i due gruppi.

C'è un dettaglio tecnico che pesa. Intesa punta a beneficiare delle regole di alleggerimento patrimoniale applicabili alla partecipazione nel gruppo assicurativo, il cosiddetto Danish Compromise, e per farlo necessita di una rappresentanza nel consiglio di amministrazione di Generali. Se la fusione si completasse, secondo il Garante l'incentivo di Intesa a competere in modo aggressivo con Generali potrebbe ridursi in modo significativo, e i legami di governance tra i due gruppi potrebbero facilitare comportamenti coordinati.

Cosa guarda il mercato sui prossimi passaggi

Per chi segue i titoli, la partita si gioca su due piani. Il primo è il calendario regolatorio: dieci giorni per le audizioni, poi il confronto su rilievi e rimedi. Il secondo è la capacità negoziale di Intesa, che si concentra sulle 190 filiali modificabili e sul perimetro della quota in Generali.

L'operazione vale 35 miliardi di euro in contanti e azioni. La reazione di Borsa del 15 settembre non segnala un rischio di rottura: MPS sopra la parità, Intesa in leggero calo, Generali in rialzo. Il vero test si sposta sulle prossime comunicazioni dell'Autorità e sugli eventuali correttivi che Intesa metterà sul tavolo. Fino ad allora, il mercato prezza l'istruttoria come un passaggio tecnico.

Fonti

Borse europee deboli: Piazza Affari -0,14%, Btp sopra il 4,4%

Il 15 settembre 2026 si chiude con il petrolio sopra i 108 dollari al barile e il rendimento del Btp decennale ai massimi da novembre 2023: eppure Piazza Affari limita i danni. Il Ftse Mib termina a -0,14% a 51.555 punti, perché a sorreggere l'indice ci pensano gli energetici, proprio mentre le banche arretrano. È una giornata in cui il mercato azionario paga il doppio conto del caro-greggio e dei tassi obbligazionari in salita, con gli investitori che restano in attesa delle decisioni delle banche centrali.

I numeri di chiusura delle borse europee

Le principali piazze del Vecchio continente chiudono tutte in territorio negativo, con oscillazioni contenute ma diffuse. Londra ha perso lo 0,37%, Parigi lo 0,34% e Francoforte lo 0,15%: nessun listino si salva, ma le perdite restano entro il punto percentuale.

IndiceVariazione di chiusura
Ftse Mib (Milano)-0,14% a 51.555 punti
Cac 40 (Parigi)-0,34%
Dax (Francoforte)-0,15%
Ftse 100 (Londra)-0,37%

Vale una nota su Londra e Parigi. Nel corso della seduta le due piazze arrivavano a cedere lo 0,8% e lo 0,7%, secondo le rilevazioni infragiornaliere; in chiusura hanno più che dimezzato il passivo. Il recupero pomeridiano racconta una giornata nervosa ma non drammatica, con vendite concentrate nelle prime ore.

Piazza Affari: su gli energetici, giù le banche

A Milano la seduta si divide nettamente in due. Con il greggio in corsa, il comparto dell'energia resta l'unico argine: Tenaris guadagna il 3,3%, Terna il 2,9%, Eni l'1,75% e Saipem l'1,65%. Sono i titoli che trasformano il rialzo delle materie prime in ricavi attesi.

Sul fronte opposto c'è il risiko bancario, ancora avvolto dall'incertezza. Unicredit è la peggiore del listino con un -2,24%, giornata segnata dall'incontro tra il Ceo Andrea Orcel e il ministro delle Finanze tedesco. Seguono Bper a -1,66%, Mediolanum a -0,56%, Banco Bpm a -0,43% e Intesa Sanpaolo a -0,2%. In controtendenza Mps (+1,53%) e Mediobanca (+1,43%).

Tra gli altri titoli, Moncler perde il 2%, mentre Poste Italiane e Telecom Italia restano sulla parità, con l'Opas di Poste in dirittura d'arrivo.

Grafici finanziari con trend in calo su skyline di distretto degli affari, monete d'oro, simbolo di mercati azionari deboli europei
Le borse europee affrontano una seduta debole tra rialzi dei tassi obbligazionari e incertezze geopolitiche.

Btp al 4,45% e spread a 90 punti base

Il vero motore della giornata sono i rendimenti obbligazionari. Le rilevazioni sulla giornata collocano il Btp decennale tra il 4,4% e il 4,45%, con lo spread contro il Bund tedesco a 89-90 punti base, il massimo da inizio aprile 2026.

Qui il conto torna con precisione: prendendo il rendimento del Btp al 4,45% e sottraendo il Bund al 3,55%, la differenza è di 0,90 punti percentuali, cioè esattamente 90 punti base — il livello dello spread riportato. Il rendimento francese a 10 anni sale invece al 4,53%.

C'è una discrepanza tra le fonti sulla cifra esatta del Btp: FIRSTonline indica il 4,4%, ANSA il 4,45%. Si tratta verosimilmente di due rilevazioni in momenti diversi della stessa seduta, non di un conflitto sul dato: entrambe collocano il titolo italiano sopra la soglia del 4,4%, ai valori più alti da novembre 2023.

Petrolio e attesa Fed: il doppio driver

Il greggio resta la variabile dominante. Il Brent supera i 108 dollari al barile dalla chiusura precedente sui 107, mentre il Wti si avvicina ai 105 dollari con un balzo di oltre il 3%; a New York il Wti sale del 2,2% a 103,6 dollari. Le interruzioni di fornitura in Medio Oriente — con l'oleodotto Est-Ovest saudita chiuso e gli houthi in controllo dell'accesso al Mar Rosso — pesano più dei segnali di tregua energetica tra Russia e Ucraina.

Il gas naturale europeo frena leggermente ma resta sugli 80 euro per megawattora (81,7 euro con un calo dello 0,8%), con gli stoccaggi di Gnl al 68% della capacità, sotto la media stagionale.

A completare il quadro c'è l'attesa per la Fed, che si riunisce mercoledì 16 settembre: i futures prezzano una probabilità del 90-95% di un rialzo di 25 punti base. A Wall Street il Dow Jones cede l'1%, il Nasdaq Composite lo 0,7%. Il T-Bond decennale americano ha superato il 5%, toccando i massimi dal 2007.

Il punto per chi guarda a Piazza Affari è che il rendimento italiano ai massimi da novembre 2023 alza il costo del rifinanziamento del debito pubblico su ogni nuova emissione, mentre lo spread a 90 punti base dice che il premio richiesto dagli investitori per il rischio Italia rispetto alla Germania è tornato ai livelli di aprile 2026. In una seduta così, la tenuta del Ftse Mib è tutta una questione di composizione: il petrolio che penalizza le banche premia gli energetici.

Fonti

UniCredit-Commerzbank: BofA alza il target a 113 euro

Bank of America ha portato il target price su UniCredit da 100 a 113 euro per azione, confermando la raccomandazione Buy, all'indomani del colloquio a Berlino tra Andrea Orcel e il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil sul dossier Commerzbank. Per il mercato è il primo riferimento aggiornato su un negoziato che si gioca su governance e occupazione più che sulla cassa: il divario industriale tra i due gruppi resta quello che separa 127 miliardi di capitalizzazione dai 45,5 miliardi di Commerzbank, e 11,1 miliardi di utile netto 2025 da 2,6 miliardi.

Il divario di mercato: UniCredit vale quasi tre volte Commerzbank

UniCredit capitalizza 127 miliardi di euro contro i 45,5 di Commerzbank, con attivi pari a 784 e 590 miliardi. Il confronto sui fondamentali 2025 spiega perché Piazza Gae Aulenti si presenta al tavolo da una posizione di forza.

VoceUniCreditCommerzbank
Capitalizzazione127 mld €45,5 mld €
Attivi784 mld €590 mld €
Ricavi24,2 mld €12,2 mld €
Utile netto 202511,1 mld €2,6 mld €
Cost-to-income ratio38%57%
Return on tangible equity19,2%8,7%
Dipendenticirca 75.00037.621 (dato 2025)
Rating S&PA-A

Rapportando la capitalizzazione all'utile netto 2025, UniCredit tratta a circa 11,4 volte gli utili (127 diviso 11,1) e Commerzbank a 17,5 volte (45,5 diviso 2,6). Il gruppo italiano costa di più in valore assoluto, ma molto meno in rapporto a quanto guadagna. Sul costo/ricavi il divario è di 19 punti percentuali; sulla redditività del capitale tangibile UniCredit segna 19,2% contro 8,7%. Commerzbank conserva un vantaggio sul rating.

Le cinque condizioni poste da Berlino

Il governo federale, secondo azionista di Commerzbank, ha messo per iscritto le proprie richieste. Klingbeil ha chiarito che i futuri negoziati dovranno essere «condotti in modo responsabile», nell'interesse di tutte le parti.

  1. Commerzbank deve restare una società per azioni quotata in Borsa.
  2. La sede principale deve rimanere a Francoforte.
  3. Garanzie sul credito alle piccole e medie imprese tedesche, anche attraverso la rete internazionale delle filiali.
  4. Tutela degli oltre 40.000 dipendenti, definiti da Klingbeil al centro di un «periodo di incertezza».
  5. Due rappresentanti dello Stato federale nel consiglio di sorveglianza, in quanto azionista.

Il quinto punto è il più delicato per i piani di Orcel: due poltrone garantite a Berlino impedirebbero di azzerare il consiglio di Commerz e di nominare consiglieri favorevoli al piano Commerzbank Unlocked. Un'intesa, però, aprirebbe la strada al controllo del board già all'assemblea prevista ad aprile 2027.

La fusione inversa con Hvb: il 70% senza esborso di cassa

Bank of America indica una possibile via per soddisfare Berlino senza nuovo capitale. Lo scenario è una fusione inversa: Commerzbank acquisisce Hvb, la controllata tedesca di UniCredit con sede a Monaco di Baviera, a fair value. Il gruppo italiano salirebbe così a circa il 70% della società combinata e il governo tedesco si diluirebbe fino all'8%. Sede a Francoforte e quotazione di Commerzbank resterebbero intatte, secondo gli analisti, senza un ulteriore esborso di capitale.

Rappresentazione concettuale di acquisizione bancaria con trend finanziari al rialzo e skyline di distretto commerciale
L'acquisizione di Commerzbank consolida la leadership di UniCredit nel settore bancario europeo, sostenuta dal rialzo dei target price.

Se si procedesse su questa strada, il nuovo gruppo non nascerebbe prima del 2029 e avrebbe una quota di mercato dell'8,5% in Germania. Sulla forza lavoro, UniCredit ha indicato circa 7.000 riduzioni in Commerzbank, senza licenziamenti nelle filiali commerciali; la ceo Bettina Orlopp ha annunciato 6.900 uscite entro il 2030.

Il risiko italiano: Mps a -3,2%, Intesa a -1,8%

Sul fronte domestico, Mps ha chiarito alla Consob che le offerte su Banco Bpm e Banca Generali sono irreversibili e non decadrebbero automaticamente neppure in caso di successo dell'Opas di Intesa. Il titolo Mps ha perso il 3,2% a Piazza Affari, Intesa l'1,8%, con il premio dell'Opas risalito all'1,3%. Siena indica sinergie complessive per 1,8 miliardi (1,4 con Banco Bpm e 400 milioni con Banca Generali), escludendo chiusure di sportelli salvo richieste dell'Antitrust. L'amministratore delegato Lovaglio proseguirà la ricerca di consensi a Londra il 23 settembre; l'assemblea straordinaria è fissata al 29 ottobre.

Dove le fonti divergono

Sulla quota dello Stato tedesco non c'è uniformità: FIRSTonline indica il 12,7%, Il Messaggero e Advisor Online si fermano a circa il 12%, mentre Quotidiano Nazionale parla di quasi il 13%. Anche la posizione di UniCredit è descritta con due metriche diverse — il 47,6% del capitale per Il Messaggero e il 49,65% dei diritti di voto per FIRSTonline — due grandezze non sovrapponibili. Il numero dei dipendenti Commerzbank oscilla tra i «oltre 40.000» citati da FIRSTonline e ANSA e i 37.621 del dato 2025 riportato da Advisor Online.

L'analisi: due piani di uscite quasi identici e un multiplo che parla da solo

Le 7.000 riduzioni ipotizzate da UniCredit e le 6.900 uscite annunciate dalla ceo di Commerzbank Bettina Orlopp entro il 2030 sono due numeri quasi sovrapponibili: la distanza è di appena 100 posizioni, circa l'1,4% delle 7.000 (calcolo: 100 diviso 7.000). Letti insieme, i due dati riducono lo spazio negoziale sul punto più sensibile per Berlino, perché il piano di riduzione non nasce con l'integrazione di UniCredit ma esiste già nelle intenzioni della stessa Commerzbank.

Il secondo elemento utile è il rapporto tra capitalizzazione e utili: UniCredit tratta a un multiplo circa il 35% inferiore a quello di Commerzbank (calcolo: (17,5 − 11,4) diviso 17,5). La parte più costosa dell'operazione, per gli azionisti, non è quindi il prezzo di Commerzbank — l'ipotesi che UniCredit lanci una nuova offerta o metta altro capitale sul piatto è giudicata infondata — ma il tempo necessario a chiudere il capitolo assembleare e di governance.

Per chi guarda al titolo, la variabile da monitorare è la velocità del negoziato su board e occupazione: è quella che determina quando i 1.300 miliardi di euro di attivi combinati dei due gruppi potranno tradursi in sinergie, con il via libera della Bce al superamento del 30% atteso entro ottobre come primo passaggio formale.

Fonti

Fed, futures al 90% sul rialzo: il Treasury decennale verso il 5%

Il rialzo da 25 punti base che la Fed dovrebbe annunciare il 16 settembre è già nei prezzi: i futures lo scontano al 90% e il rendimento del Treasury decennale resta vicino al 5%. Nella seduta del 14 settembre il Nasdaq aveva aperto in calo dell'1,28% a 25.996,95 punti e il Ftse Mib aveva chiuso in rosso dell'1,68% a 51.628 punti. Per gli operatori la partita non è la decisione in sé, ma la traiettoria che la Fed lascerà sul tavolo dopo il voto.

Futures e Treasury: il rialzo del 16 settembre è già nei prezzi

Con l'inflazione di agosto al 3,4% (+0,4% su base mensile), i futures attribuiscono circa il 90% di probabilità a un aumento dei Fed Funds da 25 punti base, che porterebbe il tasso al 3,75%-4%. Il rendimento del Treasury decennale si muove vicino al 5%, con le rilevazioni più recenti attorno al 4,9%, spinto dalle pressioni sui prezzi energetici e dall'aumento delle emissioni di debito statale.

L'85% degli economisti interpellati da Reuters si aspetta il rialzo. Solo una settimana prima, oltre due terzi prevedevano una pausa: una svolta rapida, coerente con un'inflazione che non offre alla Fed la finestra necessaria per una pausa prolungata. La componente core ha mostrato una persistenza che continua a preoccupare e il Pce, il parametro privilegiato dalla Fed, resta vicino al doppio dell'obiettivo del 2%. Con il greggio sopra i 100 dollari al barile e il diesel ai massimi, il rischio è che lo shock energetico alimenti di nuovo le aspettative di inflazione.

Dollaro: supporto di breve, poi indebolimento nel 2027

L'indice del dollaro (DXY) si muove a metà del range annuale tra 96 e 102 punti, dopo il picco di 101,80 toccato a giugno 2026. Per ING il rialzo dei tassi offrirà un supporto di breve termine alla valuta americana, restituendo credibilità alla politica monetaria e arginando le strategie di vendita legate ai timori di svalutazione.

La casa d'affari olandese prevede l'EUR/USD verso area 1,1500 nelle prossime settimane e l'USD/JPY in correzione verso 157-158, se le decisioni della Bank of Japan deluderanno le attese restrittive. La forza del biglietto verde sarà però temporanea: trattandosi di una ricalibrazione e non di un ciclo strutturale, ING vede un progressivo indebolimento del dollaro nel prossimo anno.

Grafici finanziari in rialzo sullo skyline di un distretto degli affari, simbolo dell'attesa di aumento dei tassi della Fed
I mercati azionari e i Treasury scontano l'attesa della Fed sui tassi di interesse per il prossimo semestre.

Azioni: P/E sceso da 22 a 19 volte, il cuscinetto sono gli utili

Il rapporto prezzo/utili forward dell'S&P 500 è sceso dalle 22 volte di inizio 2026 alle 19 volte attuali: una riduzione di circa il 13,6% (calcolo derivato: 3 punti su 22). L'indice quota comunque a meno del 2% dai massimi storici, sostenuto da bilanci aziendali solidi.

Goldman Sachs rileva che storicamente l'avvio di un ciclo di rialzi tende a creare scossoni senza interrompere il bull market: nei sette cicli registrati negli ultimi decenni, l'S&P 500 ha segnato in media una flessione del 2% nei primi tre mesi dalla stretta, per poi rimbalzare del 9% nei 12 mesi successivi al primo intervento. A reggere i listini restano gli utili societari, che la banca d'affari indica come il vero motore dei prezzi azionari.

Dopo settembre il bivio: futures e ING non concordano

È qui la divergenza più netta tra le fonti. I futures prezzano almeno tre rialzi fino a marzo 2027 e circa due rialzi e mezzo dopo settembre; il 53% degli economisti si aspetta almeno un altro rialzo entro fine marzo. ING sostiene invece lo scenario "one and done": un singolo rialzo seguito da una pausa prolungata, con i Fed Funds al 4% sia a fine 2026 sia a fine 2027.

Il discrimine è la mediana delle proiezioni sui tassi per il 2026 contenuta nel dot plot. Lo scenario più probabile resta quello di un solo ulteriore rialzo, ma il margine rispetto all'ipotesi di due mosse è ormai ridotto. Sullo sfondo resta la credibilità del presidente Kevin Warsh, chiamato a un voto che la Casa Bianca non desidera: Trump ha ribadito che gli Stati Uniti dovrebbero avere "il tasso di interesse più basso al mondo". Per l'economista di BMO Capital Markets Scott Anderson, la Fed "deve dimostrare di fare seguire ai toni restrittivi un'azione concreta". Jonathan Millar di Barclays si spinge oltre: il rischio, osserva, è che "alla fine il presidente Usa, Donald Trump, comincerà a rivolgere la sua ira contro Warsh".

La decisione del 16 settembre è già nei prezzi. I due numeri da seguire sono la mediana del dot plot per il 2026 e il rendimento del decennale: sono loro, non il rialzo da 25 punti base, a dire se settembre chiude la partita o la riapre.

Fonti

Wall Street apre in calo, poi recupera: Nasdaq giù dell’1,28%

Il Nasdaq ha aperto la seduta del 14 settembre 2026 in calo dell'1,28% a 25.996,95 punti, trascinando al ribasso l'intera Wall Street. Il Dow Jones ha lasciato sul terreno lo 0,27% scendendo a 52.427,36 punti e l'S&P 500 ha perso lo 0,77% a 7.599,62. Nel corso della giornata le vendite si sono attenuate: il Dow si è riportato intorno ai 52.548 punti e l'S&P 500 verso i 7.640. La sessione si è giocata su due spinte opposte, i timori legati allo sviluppo dell'intelligenza artificiale e il petrolio sopra i 100 dollari da una parte, l'allentamento delle pressioni sul greggio dall'altra.

Apertura in rosso per i tre indici principali

All'apertura il ribasso era generalizzato, con il comparto tecnologico a guidare la discesa.

IndiceLivello di aperturaVariazione
Dow Jones52.427,36-0,27%
Nasdaq25.996,95-1,28%
S&P 5007.599,62-0,77%

Le due rilevazioni di apertura diffondono valori leggermente diversi sul Dow: FinanzaOnline indica -0,31% (160,81 punti), ANSA riporta -0,27%. La differenza è di pochi centesimi di punto percentuale e riflette due letture ravvicinate della stessa apertura. Su Nasdaq (-1,27% contro -1,28%) e S&P 500 (-0,77% per entrambe) le cifre praticamente coincidono.

Il Nasdaq paga i timori sull'intelligenza artificiale

Il ribasso del listino tecnologico nasce dalle richieste di alcuni dei principali dirigenti delle aziende di intelligenza artificiale di rallentare lo sviluppo della tecnologia, con crescenti preoccupazioni sulla sicurezza. A questo si è sommato il mercato petrolifero: i future sul West Texas Intermediate hanno guadagnato il 3,73% portandosi a 103,78 dollari al barile, dopo la decisione dell'Arabia Saudita di chiudere un importante oleodotto che aggira lo Stretto di Hormuz. Il greggio americano aveva già superato la soglia dei 100 dollari la settimana precedente.

Trend finanziari in calo sullo skyline di un distretto degli affari, volatilità dei mercati di Wall Street
Wall Street apre in rosso mentre il Nasdaq scende dell'1,28% tra timori su intelligenza artificiale e oscillazioni del greggio.

Il rientro del petrolio dai massimi

Nella settimana il Brent aveva toccato un massimo di 109,97 dollari al barile; venerdì 13 settembre le quotazioni erano scese fino a circa 104,50 dollari. Quella flessione dai picchi ha ridotto la pressione immediata sulle azioni. Il nodo resta il livello: se il greggio si stabilizzasse sopra i 100 dollari, l'effetto su carburanti, logistica e costi di produzione renderebbe più difficile il ritorno dell'inflazione verso il 2%.

La settimana precedente e il peso delle small cap

Il recupero di giornata arriva dopo una settimana negativa per tutti i principali indici. Il Dow Jones ha chiuso con -1,6%, la flessione settimanale più significativa da marzo; l'S&P 500 ha perso lo 0,8% e il Nasdaq Composite lo 0,7%. Il dato più marcato riguarda però il Russell 2000, in calo del 2,4%: l'aumento dei rendimenti e del costo del capitale penalizza soprattutto le aziende di dimensioni più contenute e più dipendenti dal credito.

La Fed del 15-16 settembre e il Treasury decennale

Gli occhi sono puntati sulla riunione della Federal Reserve del 15-16 settembre. Il FedWatch Tool del Cme Group assegna una probabilità dell'88% a un aumento dei tassi, mentre la probabilità implicita di un rialzo di 25 punti base è salita all'87-90% dopo i dati sull'inflazione, dal 69-72% precedente e dal 50% di una settimana prima. Con la stretta, il tasso sui Fed funds salirebbe verso il 4,00-4,25%. Il rendimento del Treasury decennale ha sfiorato il 5%, con un massimo intraday intorno al 4,99%.

Il recupero in cifre: S&P 500 più reattivo del Dow

Mettendo a confronto l'apertura con i livelli raggiunti nel corso della seduta, il Dow ha recuperato circa 120,6 punti dai 52.427,36 di partenza (poco più dello 0,23%), mentre l'S&P 500 è risalito di circa 40,4 punti dai 7.599,62 iniziali, equivalente a circa lo 0,53%. Il recupero dell'indice a maggiore capitalizzazione è quindi più che doppio, in termini percentuali, rispetto a quello del Dow. Sullo sfondo restano i numeri dell'inflazione di agosto: +0,4% su base mensile, 3,4% su base annua, con il core a +0,3% mensile e 2,4% annuo, in calo dal 2,5%. La benzina è aumentata del 3,9% nel mese e del 27,4% su base annua.

Con la stretta di settembre ormai quasi interamente incorporata nei prezzi, la variabile che gli investitori seguiranno non è il rialzo in sé, ma se la Fed lo indicherà come intervento isolato o come inizio di una nuova sequenza tra ottobre e dicembre.

Fonti

Poste al 66,63% di TIM: obiettivo 90% per il delisting

La prima finestra dell'Opas su TIM si chiude con Poste Italiane al 66,63% del capitale: il controllo della compagnia telefonica è in cassaforte, ma il risultato si è deciso in una sola seduta di Borsa. Dal 21 al 25 settembre i termini riaprono, con un solo traguardo in vista: il 90% che aprirebbe la strada al delisting.

993,6 milioni di azioni hanno consegnato TIM a Poste

Nella prima finestra dell'Opas, chiusa venerdì 11 settembre 2026, sono state portate in adesione 993,6 milioni di azioni TIM, pari al 46,5% del capitale. La quota si somma al 20,1% già detenuto da Poste e porta la partecipazione complessiva al 66,63%, sopra i due terzi del capitale: la soglia che vale il controllo sulle decisioni straordinarie. Dalle percentuali indicate si ricava anche la dimensione del capitale TIM: se 993,6 milioni di titoli valgono il 46,5%, il totale è di circa 2,14 miliardi di azioni.

L'ultima seduta ha deciso il risultato

Il grosso delle adesioni è arrivato venerdì 11 settembre, ultimo giorno della finestra, con oltre il 30% del capitale consegnato in una sola seduta. È l'effetto concentrazione tipico delle offerte pubbliche, amplificato dal rilancio di 30 centesimi per azione sulla componente cash deciso da Poste. Rapportando quel dato al totale raccolto (30 diviso 46,5), la seduta finale ha pesato per almeno il 64,5% delle azioni aderenti. Hanno consegnato i titoli anche l'amministratore delegato di TIM Pietro Labriola e il resto del vertice, dopo aver giudicato la proposta congrua e coerente con una prospettiva di integrazione industriale.

Trend azionari convergenti e monete d'oro su skyline finanziario, simbolo dell'acquisizione TIM e del delisting
L'acquisizione di TIM da parte di Poste raggiunge quota 66,63%, con lo sguardo al delisting al 90%.

Verso il 90% mancano circa 500 milioni di azioni

L'obiettivo dichiarato è il 90% del capitale TIM, la soglia che aprirebbe la strada al delisting. Dal 66,63% al 90% corrono 23,37 punti percentuali: sui circa 2,14 miliardi di titoli del capitale, quella quota equivale a poco meno di 500 milioni di azioni ancora da raccogliere. L'offerta mette sul tavolo 1,97 euro in contanti e 0,218 azioni Poste per ogni titolo TIM; in caso di adesione integrale l'esborso stimato per Poste è di circa 3,3 miliardi di euro, finanziato con debito bancario.

Riapertura dal 21 al 25 settembre

I termini dell'Opas riaprono per cinque sedute di Borsa, dal 21 al 25 settembre 2026: chi non ha aderito avrà una seconda possibilità alle stesse condizioni, e per Poste sarà l'occasione per avvicinarsi ai nove decimi del capitale. Con oltre due terzi dei diritti, il gruppo ha già un controllo molto ampio sulle decisioni straordinarie: in linea teorica la nuova maggioranza potrebbe valutare operazioni capaci di cambiare radicalmente lo status degli azionisti, compresa una possibile fusione in una società non quotata. Non è un passaggio deciso. L'integrazione punta a un polo da 150.000 dipendenti, con 700 milioni di euro di sinergie annue stimate.

Il secondo passaggio dirà se il mercato consegnerà a Poste anche i 23,37 punti che separano l'operazione dal delisting: senza il 90%, il controllo resta saldo ma la quotazione di TIM non è in discussione.

Fonti

MPS: concambi a sconto su Bpm e Banca Generali senza l’effetto Intesa

Le due offerte di scambio di Monte dei Paschi su Banco Bpm e Banca Generali valgono meno del prezzo di Borsa dei rispettivi titoli se si misura il mercato prima dell'Opas di Intesa Sanpaolo. Ai valori del 5 giugno 2026, ultimo giorno prima dell'annuncio dell'offerta di Intesa su Mps, il concambio proposto su Piazza Meda era a sconto dell'8,1% e quello sul risparmio gestito del 3,2%. La precisazione, diffusa su richiesta della Consob, è il dato che riallinea il confronto tra le due partite in corso sul listino.

I concambi depurati dall'Opas: sconto su Banco Bpm, sconto su Banca Generali

Mps ha preso come riferimento le quotazioni del 5 giugno, l'ultima seduta prima che l'Opas di Intesa Sanpaolo su Mps muovesse il titolo senese. Su quella base, l'offerta su Banco Bpm sarebbe stata inferiore dell'8,1% rispetto al valore di Piazza Meda, mentre quella su Banca Generali del 3,2% rispetto alle quotazioni di mercato. L'orizzonte temporale non cambia il segno: sui prezzi medi ponderati di Mps a uno, tre, sei e dodici mesi prima del 5 giugno, lo sconto su Banco Bpm oscilla tra il 5,7% e il 10,4% e quello su Banca Generali tra l'1,6% e il 7,9%.

Il valore mediano dell'intervallo su Piazza Meda — 5,7% e 10,4% fanno circa 8,05% — coincide quasi esattamente con l'8,1% calcolato sulla sola seduta del 5 giugno: un indizio che lo sconto non è un effetto di una singola giornata di Borsa, ma una costante del periodo precedente all'annuncio di Intesa. Per gli azionisti di Banco Bpm, che avevano già respinto il 25 agosto l'offerta di acquisizione presentata da Mps, il quadro resta quello di un concambio senza premio.

Il premio del 12,5% che ha gonfiato i concambi

L'Opas di Intesa Sanpaolo su Mps ha incorporato un premio del 12,5%, un valore che ha spinto al rialzo il titolo senese e, di riflesso, ha gonfiato il valore apparente dei concambi delle due Ops. È esattamente l'effetto che la Consob ha chiesto di isolare. Una volta depurato il valore dell'Opas, il quadro si ribalta: da possibile premio a sconto rispetto ai prezzi di Piazza Meda e di Banca Generali.

Le offerte restano irrevocabili anche se Intesa vince

Mps ha ribadito che le Ops su Banco Bpm e Banca Generali sono irrevocabili e non subordinate al fallimento dell'Opas di Intesa. "Il perfezionamento dell'Offerta di Intesa Sanpaolo e il conseguente eventuale mutamento del controllo di Mps non determinerebbero, di per sé, la decadenza, l'inefficacia o la facoltà di revoca delle offerte promosse da Mps", si legge nella nota diffusa. Restano ferme le condizioni di efficacia previste e le relative facoltà di rinuncia.

Visualizzazione di scambio azionario con monete d'oro e trend lines sullo skyline di un distretto finanziario, rappresentazione delle offerte pubbliche di scambio
Le offerte di scambio tra istituti bancari si misurano sul confronto tra i valori di mercato.

Sul fronte industriale, Mps esclude chiusure di filiali nella fusione con Banco Bpm, al netto di indicazioni Antitrust. L'aggregazione darebbe vita a un gruppo da 448 miliardi di attivi, 243 miliardi di crediti, 299 miliardi di raccolta diretta e 693 miliardi di masse.

Sinergie per 1,8 miliardi contro 1,9 miliardi di oneri

Nello scenario di perfezionamento congiunto delle due offerte, Mps stima sinergie run-rate ante imposte per circa 1,8 miliardi di euro annui a regime: 1,2 miliardi di sinergie di costo e 0,6 miliardi di sinergie di ricavo e di funding. Gli oneri di integrazione una tantum ante imposte sono invece pari a circa 1,9 miliardi.

OperazioneSinergie annue a regimeOneri una tantum
Mps–Banco Bpm1,4 mld (1 mld costi, 400 mln ricavi)1,5 mld
Banca Generali400 mln dal 2029400 mln
Totale1,8 mld1,9 mld

Dall'integrazione con Piazza Meda emergerebbero sinergie a regime di circa 1,4 miliardi lordi annui, di cui un miliardo lato costi — soprattutto attraverso l'integrazione delle strutture centrali e delle piattaforme tecnologiche — e 400 milioni dai ricavi grazie al cross-selling. Più contenuti i numeri di Banca Generali: circa 400 milioni di sinergie annue a regime dal 2029, equamente divise tra costi e benefici da ricavi e funding.

Il rapporto tra oneri e benefici: poco più di un anno di sinergie

Mettendo in rapporto i due valori complessivi indicati da Mps, gli oneri una tantum da 1,9 miliardi superano di circa 100 milioni il totale delle sinergie annue a regime da 1,8 miliardi. Il punto di pareggio contabile — ipotizzando che le sinergie si materializzino ai livelli dichiarati e a pieno regime fin dal primo anno — arriva quindi dopo poco più di dodici mesi di esercizio. Un dettaglio da tenere presente per chi legge i numeri come un ritorno immediato: la prima annualità piena dell'operazione è, sulla carta, ancora in territorio leggermente negativo.

Sul fronte delle valutazioni, la distribuzione straordinaria prevista vale circa 4 miliardi di euro tra cassa e azioni Generali, pari a 1,208 euro per azione. Il piano complessivo indica oltre 30 miliardi di distribuzioni al 2030.

Non tutti leggono l'operazione allo stesso modo. Sul Sole 24 Ore, l'analisi tecnica del professor Franco Paparella dell'Università La Sapienza di Roma sostiene che Mps offra "come premio ai suoi soci quello che è già loro": la distribuzione straordinaria non sarebbe nuova ricchezza, ma una redistribuzione di patrimonio già esistente, con un onere fiscale stimato del 26% per un azionista persona fisica residente in Italia. L'Opas di Intesa, per contro, attribuirebbe un beneficio aggiuntivo grazie al premio del 12,5%.

Fonti

Petrolio, WTI a 102,73 dollari: l’oleodotto saudita accende il rally

Il WTI con consegna a ottobre è scambiato a 102,73 dollari al barile, in rialzo del 2,68%, mentre il Brent con consegna a novembre tocca 107,32 dollari (+2,59%). A riaccendere il mercato è la chiusura dell'oleodotto Est-Ovest saudita, colpito da droni e capace di valere fino al 4% dell'offerta globale. Il rialzo arriva dopo la scivolata dell'11 settembre, quando il WTI era sceso a 98,73 dollari: rispetto a quel riferimento il greggio americano recupera circa il 4%.

Il calcolo è presto fatto: tra i 98,73 dollari dell'11 settembre e i 102,73 della seduta odierna ci sono 4 dollari di differenza, pari a un rimbalzo del 4,05%.

WTI e Brent: i numeri della seduta

Le quotazioni del petrolio aprono la settimana in deciso rialzo dopo gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite. Il WTI con consegna a ottobre guadagna il 2,68% a 102,73 dollari al barile; il Brent con consegna a novembre sale del 2,59% a 107,32 dollari. Il movimento segue la chiusura dell'oleodotto Est-Ovest decisa da Riad, che non ha fornito dettagli sull'entità dei danni né sui tempi di ripristino.

Sul fronte azionario la giornata non accompagna il rialzo delle materie prime: le Borse asiatiche chiudono in calo e l'Europa apre contrastata. Resta sotto i riflettori anche il tema degli investimenti per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale.

Il gas aggiorna i massimi da fine 2022

Il prezzo del gas accelera insieme al petrolio e aggiorna i massimi dalla fine del 2022. Ad Amsterdam le quotazioni registrano un aumento del 4,2% a 82,84 euro al megawattora. Il movimento riflette la stessa tensione sulle forniture energetiche che spinge il greggio.

La corsa del gas ha un effetto diretto sui costi dell'energia per famiglie e imprese. Nelle settimane precedenti i prezzi dei carburanti erano già stati spinti ai massimi storici, insieme all'inflazione e ai rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, saliti ai livelli più elevati dalla crisi finanziaria del 2008.

Petrolio in rally dopo il danno all'oleodotto saudita, WTI a 102,73 dollari
Pompa petrolifera nel paesaggio desertico di Baku, Azerbaigian. Foto di Miguel Cuenca su Pexels

Quanto pesa lo stop dell'oleodotto Est-Ovest sull'offerta globale?

L'oleodotto Est-Ovest saudita ha una capacità di 7 milioni di barili al giorno ed è la principale via alternativa per le esportazioni saudite quando lo Stretto di Hormuz è bloccato. Negli ultimi sei mesi Riad lo ha usato per deviare circa 4 milioni di barili al giorno verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso: una quota pari a circa il 4% dell'offerta globale.

Due calcoli aiutano a misurare la posta in gioco. Primo: se 4 milioni di barili al giorno equivalgono al 4% dell'offerta globale, l'offerta complessiva si aggira intorno ai 100 milioni di barili al giorno. Secondo: rispetto alla capacità piena dell'oleodotto, i 4 milioni di barili effettivamente deviati valgono circa il 57%, a conferma che l'infrastruttura lavorava ben sotto il proprio potenziale massimo. Il margine residuo, però, si assottiglia se la chiusura si protrae.

Sui tempi di ripristino le informazioni restano frammentarie. Secondo acquirenti di petrolio saudita e operatori del settore citati da Reuters, i danni potrebbero richiedere da cinque a sei settimane per essere riparati; una seconda fonte non esclude una ripresa parziale prima della fine dei lavori. Riad, per ora, non ha confermato né smentito alcuna delle due ricostruzioni.

Il rinvio dei colloqui sul Golfo e lo scenario base di ING

La riunione tra i Paesi del Golfo prevista per oggi è stata rinviata per mancanza di consenso. I ministri degli Esteri — Iran incluso — avrebbero dovuto incontrarsi in Oman per discutere della gestione dello Stretto di Hormuz. Il rinvio allontana le prospettive di de-escalation.

ING, società di ricerca finanziaria, mantiene per ora uno scenario base che prevede per il Brent una media di 80 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026. "Non è chiaro quale sia l'entità di eventuali danni né per quanto tempo l'impianto rimarrà fuori servizio. È evidente che la recente escalation comporta dei rischi per le nostre previsioni, avvicinandoci allo scenario più pessimistico", spiega ING nella nota ripresa da FinanzaOnline. Mettendo a confronto la media trimestrale indicata dalla società e il riferimento spot del Brent a 107,32 dollari, il prezzo di mercato si colloca circa il 34% sopra lo scenario base.

Cosa significa per il mercato italiano

Per l'Italia, importatore netto di energia, il combinato di petrolio sopra i 100 dollari e gas ai massimi da fine 2022 si traduce in pressione sui costi energetici. Il quadro incrocia la fotografia macro già emersa nei giorni scorsi: come avevamo riportato, il 13 settembre 2026 Giorgetti aveva collegato i tassi più alti a maggiori oneri per famiglie, imprese e Stato, mentre la BCE ha aumentato i tassi di interesse a settembre per contrastare l'inflazione. Non è una previsione, ma la fotografia di due fattori che oggi spingono nella stessa direzione.

Se la chiusura dell'oleodotto dovesse durare le 5-6 settimane stimate da una delle fonti sentite da Reuters, il mercato dovrà fare i conti con un'offerta globale ridotta del 4% per oltre un mese: è l'orizzonte su cui si giocherà la tenuta dei prezzi energetici nel quarto trimestre, non l'oscillazione della singola seduta.

Fonti

Borse europee in calo: Milano -1,3%, Prysmian e Stm -5,1%

Le borse europee arretrano e Piazza Affari è la maglia nera: il listino milanese cede l'1,3%, con Prysmian e Stm a -5,1%. La seduta era iniziata a -0,8%, poi il calo si è ampliato. A pesare sono tecnologia e utility, mentre energia e farmaceutica corrono. L'indice d'area Stoxx 600 perde lo 0,4% e i future di Wall Street sono in moderato calo.

Milano amplia il calo: dallo -0,8% all'1,3%

Piazza Affari ha iniziato la giornata in rosso e ha peggiorato progressivamente. Nella prima rilevazione il listino milanese segnava -0,8%; in un aggiornamento successivo il calo è arrivato a -1,3%. Prysmian e Stm scivolano entrambi del 5,1%, in linea con il settore tecnologico europeo, penalizzato dai timori sugli investimenti legati all'intelligenza artificiale.

Sul resto del listino, Stellantis cede l'1,2%. Vendite sulle banche: Mps -1,2%, Intesa -0,8%, Bper -0,4%, Banco Bpm -0,3%, Banca Generali -0,9% e Unicredit -0,3%. In controtendenza Campari +4,3%, Eni +1%, Poste +0,9% e Tim +0,7%.

Tecnologia e utility zavorrano, energia e farmaceutica corrono

Il settore tecnologico europeo perde il 4%, mentre le utility cedono l'1,1% con il gas in rialzo del 5,3% a 83,77 euro/MWh. L'energia sale dell'1% e la farmaceutica del 2%. Il Wti guadagna il 2,9% a 102,92 dollari al barile; il Brent sale del 2,7% a 107,47 dollari.

Borse europee in calo, Milano -1,3% con pressione su titoli industriali
Tabellone di un mercato azionario con l'andamento dei principali titoli. Foto di Rafael Minguet Delgado su Pexels

Le altre piazze: Parigi -0,85%, Madrid -0,86%, Francoforte -0,81%. Londra limita il calo a -0,45%. Sul fronte valutario l'euro scende a 1,1543 sul dollaro. L'oro cede l'1,2% a 4.285 dollari l'oncia.

Spread Btp-Bund a 88 punti: il calcolo del differenziale

Lo spread tra Btp e Bund sale a 88 punti. Il rendimento del decennale italiano è al 4,40% e quello tedesco al 3,52%: la differenza tra i due tassi è pari a 0,88 punti percentuali, cioè 88 punti base, lo stesso valore indicato per lo spread. In un secondo momento della seduta il decennale italiano viene riportato al 4,41%.

Cosa guarda il mercato: petrolio, gas e banche centrali

L'attenzione degli investitori resta sulle tensioni in Medio Oriente e sulle minacce alle infrastrutture per le materie prime energetiche. Pesano anche i dubbi sugli investimenti nell'intelligenza artificiale. Il mercato attende le decisioni delle banche centrali, mentre petrolio e gas non arrestano la corsa.

La fotografia del 14 settembre 2026 è di un'Europa in rosso guidata da tech e utility, con Milano peggiore del continente e lo spread Btp-Bund a 88 punti. Il punto non è solo il -1,3% di Piazza Affari: è che il calo arriva da tecnologia e utility, mentre l'energia sale con il petrolio sopra i 107 dollari. Una rotazione, non una fuga uniforme.

Fonti

OpenAI rinvia l’IPO: 270 miliardi svaniti, l’Asia affonda con l’AI

Sam Altman rinvia la quotazione di OpenAI almeno al 2027 e i mercati puniscono l'intero comparto dell'intelligenza artificiale. Nel weekend i contratti legati al valore implicito di OpenAI e Anthropic hanno perso oltre 270 miliardi di dollari su Hyperliquid; questa mattina l'Asia apre in profondo rosso, con il Kospi di Seul a -3,3% e Softbank a -11%. Il messaggio che arriva dalle sale operative è secco: la prudenza sulla sicurezza dell'IA ha ora un prezzo di mercato quotato ogni ora.

Asia in rosso: Seul perde il 3,3%, Softbank crolla dell'11%

La seduta asiatica di lunedì 14 settembre 2026 è dominata dalle vendite sui titoli legati all'intelligenza artificiale. L'indice Kospi di Seul arretra del 3,3%, Tokyo cede l'1% e i futures sul Nasdaq 100 indicano un avvio in calo dell'1,3% a Wall Street.

I titoli più colpiti sono quelli della filiera dei chip e degli investitori nell'IA:

  • SK Hynix cede oltre il 6%
  • Samsung arretra di oltre il 4%
  • Softbank, tra i principali investitori in OpenAI, crolla dell'11%
  • Kioxia perde fino al 9%

Il listino coreano è il più sensibile al fattore AI per il peso dei produttori di memoria, mentre la debacle di Softbank colpisce direttamente la scommessa finanziaria costruita attorno a OpenAI.

Hyperliquid: il contratto su OpenAI giù dell'11%, Anthropic del 4%

Sulla piattaforma decentralizzata Hyperliquid, che negozia contratti legati al possibile valore futuro delle principali società private dell'IA, il titolo virtuale di OpenAI è sceso di circa l'11%, portando la valutazione implicita a circa 1.465 miliardi di dollari. Anthropic ha perso il 4%, scendendo poco sopra i 2.070 miliardi.

Il calcolo derivato conferma l'entità del movimento: partendo dalle valutazioni precedenti, il -11% su OpenAI implica una perdita di circa 180 miliardi (1.465 diviso 0,89 dà una base di circa 1.646 miliardi), mentre il -4% di Anthropic vale circa 86 miliardi (2.070 diviso 0,96). Sommati, i due scivoloni valgono circa 266 miliardi, coerenti con i 270 miliardi complessivi riportati dalle fonti.

Grafici finanziari in calo con linee rosse su skyline di distretto finanziario asiatico, mercati azionari in crollo
Il crollo dei mercati asiatici riflette l'incertezza nel settore dell'intelligenza artificiale dopo il rinvio della quotazione.

I titoli da monitorare tra Wall Street e Milano

Da Wall Street a Piazza Affari, la catena di fornitori e beneficiari degli ordini AI finisce sotto osservazione nella seduta odierna. Negli Stati Uniti il focus è su Nvidia, principale beneficiaria degli ordini di chip AI, insieme a Broadcom, AMD, Micron e Sandisk. In Europa attenzione ad ASML, mentre in Italia i tre titoli più sensibili al fattore AI sono Stm, Prysmian e Technoprobe.

Le valutazioni di questi titoli incorporano aspettative molto elevate sulla domanda futura. Un rallentamento dello sviluppo dell'IA non mette in discussione la tecnologia in sé, quanto la velocità con cui gli investimenti devono continuare a crescere per giustificare i prezzi.

La spinta delle dichiarazioni: Amodei, Altman, Trump

Dario Amodei, ceo di Anthropic, ha pubblicato sabato un saggio di 3.800 parole in cui sostiene che «dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli di AI». Poche ore dopo, Sam Altman ha scritto su X: «Concordo con Dario sul fatto che dobbiamo procedere con cautela in questo campo», aggiungendo che OpenAI garantirà ai valutatori indipendenti un accesso simile a quello dei dipendenti.

La decisione sull'IPO è arrivata a stretto giro. Altman ha dichiarato a Fortune che «considerando tutto ciò che sta accadendo in materia di sicurezza, il momento non sarebbe opportuno per quotarsi in Borsa e non sentiamo alcuna pressione in tal senso». L'azienda non ha necessità di finanziarsi sul mercato e può rinviare l'operazione almeno al 2027.

Fuori dal coro Donald Trump: «Ci sono molte forze negative che chiedono un rallentamento e non dovrebbero farlo. Parlano di cose che non succederanno», ha detto il presidente statunitense durante una visita in Irlanda. Lo stesso Altman aveva parlato di segnali di «silliness» nella proliferazione di operatori cloud AI senza ricavi adeguati a sostenere le capacità di calcolo annunciate.

Dan Ives: «Ci sarà una rapida ripresa»

Dan Ives, socio fondatore di Yorkville Ives, legge la seduta come una correzione temporanea. «Credo che il saggio di Dario AI e le discussioni del fine settimana potrebbero causare un iniziale calo dei titoli del settore, ma che ci sarà una rapida ripresa», ha detto a Yahoo Finance. Secondo Ives «gli investitori si renderanno presto conto, nonostante la telenovela, che questo non inciderà minimamente sui 5 trilioni di dollari che verranno spesi nei prossimi anni per l'intelligenza artificiale». Si tratta di una view attribuita, non di una previsione di mercato.

Cosa dice davvero questa seduta

Il quadro che emerge mette in fila un fatto nuovo: la stessa azienda che guida la più grande corsa di investimento tecnologico degli ultimi anni — OpenAI aveva valutazioni private vicine al trilione di dollari e aveva depositato in via riservata i documenti preliminari per un possibile debutto — ha deciso di non sottoporsi alla pressione trimestrale di Wall Street proprio mentre chiede un rallentamento della corsa. Il mercato ha letto la mossa come un segnale di freno: non sui modelli, ma sui tempi di rientro degli investimenti infrastrutturali. In questo senso la debacle di Softbank (-11%) è più eloquente del calo dei contratti Hyperliquid: colpisce il principale tramite finanziario tra capitale pubblico e OpenAI. Per chi ha esposizione sulla filiera (chip, data center, energia), la domanda operativa da oggi non è se l'IA crescerà, ma a che velocità gli ordini dovranno continuare a salire per sostenere le valutazioni attuali. Il calendario del possibile debutto di OpenAI al 2027 diventa così il vero orologio della fase di mercato.

Fonti

Mps-Intesa: il mercato prezza Mps sopra l’offerta, premio a -0,39%

Il concambio di Intesa Sanpaolo su Mps vale, sulla chiusura dell'11 settembre, 11,93 euro per azione. Il mercato però paga Monte dei Paschi 11,978 euro: un premio implicito di -0,39%, secondo valore negativo consecutivo dopo il -0,12% del 9 settembre. Non è una bocciatura dell'Opas, ma la fotografia di un listino che compra Siena oltre il perimetro dell'offerta, in attesa del voto del 29 ottobre sulle due contromosse: Banco Bpm e Banca Generali.

Il concambio vale 11,93 euro, ma Mps chiude a 11,978

L'offerta di Intesa Sanpaolo su Mps è a concambio fisso: 1,6 azioni Intesa più 1 euro cash per ogni azione del Monte. Con la chiusura di Intesa a 6,832 euro dell'11 settembre, il valore implicito si calcola così: (1,6 × 6,832) + 1 = 11,9312 euro per azione Mps.

Il titolo Monte dei Paschi, nella stessa seduta, ha chiuso a 11,978 euro (+2,46%). La differenza tra prezzo di mercato e valore del concambio è di circa 5 centesimi per azione, che il mercato traduce in un premio implicito del -0,39%.

Il premio è scivolato in territorio negativo per la prima volta il 9 settembre (-0,12%), dopo un massimo di +3,93% toccato il 31 agosto. Poiché il concambio è in azioni, il divario si allarga quando Mps sale più di Intesa.

DataPremio implicito su Mps
31 agosto 2026+3,93% (massimo della serie)
3 settembre 2026+2,70%
9 settembre 2026-0,12% (primo valore negativo)
11 settembre 2026-0,39%

Intesa incassa il 96,96% e il titolo chiude a 6,832 euro

L'assemblea straordinaria di Intesa Sanpaolo, riunita a Torino il 10 settembre, ha approvato con il 96,96% dei voti l'aumento di capitale fino a 5,7 miliardi di nuove azioni necessario a finanziare l'operazione su Mps da 30,6 miliardi di euro. Erano presenti 4.889 soci, pari al 63,9% del capitale.

L'11 settembre il titolo ha chiuso a 6,832 euro, in rialzo del 2,55%. Goldman Sachs ha alzato il target price da 7,50 a 7,80 euro, confermando il giudizio Buy. Il consensus di 13 analisti rilevato a fine agosto indica una media di 7,16 euro, con range tra 6,07 e 7,80 euro (10 Buy, 2 Hold, 1 Sell).

Il quadro patrimoniale citato dalla fonte: CET1 ratio di Intesa al 13,1%, 13,8% pro-forma, contro un requisito SREP del 9,96%. L'operazione è stimata accretiva sull'EPS per circa l'8% a regime, mentre la soglia minima di adesioni fissata da Intesa è del 66,67% del capitale Mps, con facoltà di rinunciarvi. La capitalizzazione stimata di Intesa è di circa 119 miliardi di euro.

Siena deposita i prospetti: due offerte per 34 miliardi

Il consiglio di Mps guidato dall'ad Luigi Lovaglio ha depositato in Consob, sempre il 10 settembre, la documentazione delle due offerte di scambio annunciate il 21 agosto:

Grafici finanziari in calo e monete d'oro sullo skyline di un distretto finanziario, operazione bancaria sui listini
Le operazioni bancarie muovono i listini finanziari con il mercato che anticipa i voti di fine ottobre.
  • 25,3 miliardi di euro su Banco Bpm, senza premio
  • 8,7 miliardi di euro su Banca Generali, con premio del 10%
  • totale: circa 34 miliardi di euro

Banco Bpm ha respinto l'offerta all'unanimità il 25 agosto, definendola "non concordata né sollecitata". Assicurazioni Generali, che controlla il 50,2% di Banca Generali, si è detta "disponibile a valutare la proposta" senza decisioni definitive. Le agenzie di rating hanno accolto il piano con cautela: Moody's segnala "notevoli incertezze" sul completamento, S&P riconosce una "solida logica strategica" ma avverte su una maggiore complessità esecutiva. All'interno del consiglio Mps, 4 amministratori su 13 hanno votato contro.

Sul fronte industriale, Lovaglio rivendica la diversità del progetto: "Il nostro progetto è diverso, e ha una forte visione industriale", ha dichiarato a Repubblica, aggiungendo che "non abbiamo avuto contatti preventivi sulla nostra iniziativa con alcun azionista, e quindi nemmeno con Delfin".

Chi decide il 29 ottobre: Delfin, Caltagirone e il 45% dei fondi

L'assemblea degli azionisti Mps del 29 ottobre 2026 voterà le due offerte con un quorum dei due terzi del capitale presente, richiesto dalla passivity rule. Il capitale rilevante è così distribuito: Delfin 17,5%, Francesco Gaetano Caltagirone al 10,2% secondo economia-italia (il 10% per Il Foglio), BlackRock 4,66%, Mef al 4,8% secondo Il Sole 24 Ore (4,86% per economia-italia).

Il Mef ha dichiarato la propria neutralità e non dovrebbe presentarsi in assemblea; il voto contrario di Caltagirone è dato per probabile. Resta incerta la posizione di Delfin, mentre Banco Bpm — parte in causa con il 3,7% — dovrebbe votare su un'offerta che la riguarda. A fare la differenza saranno i fondi, che valgono il 45% del capitale. Le due operazioni saranno votate separatamente, quindi l'assemblea potrebbe approvarne una sola.

Cosa guarda il mercato

Mettendo in fila i numeri, emerge un quadro preciso. Sommando le partecipazioni dichiarate — Delfin 17,5%, Caltagirone 10,2%, BlackRock 4,66%, Mef 4,8% — si arriva a circa il 37% del capitale Mps, ben sotto la soglia di due terzi richiesta sul capitale presente: nessun socio da solo è in grado di decidere, ed è per questo che il voto dei fondi diventa l'ago della bilancia.

Il secondo dato è il messaggio dei prezzi. Chi oggi acquista Mps sul mercato paga circa 5 centesimi in più del valore del concambio Intesa. In altre parole, il listino attribuisce una probabilità concreta alla contromossa di Siena: se le due offerte passassero il 29 ottobre, verrebbe meno una condizione di efficacia dell'Opas di Intesa.

Sul piano della remunerazione, Il Foglio riporta che l'opas di Intesa prevede 3,5 miliardi di premio cash per gli azionisti Mps, mentre Lovaglio ha offerto un dividendo di 4 miliardi che punta a distribuire una parte della partecipazione del Monte in Generali.

Per il risparmiatore che segue la partita, i due appuntamenti da monitorare restano il 29 ottobre e la finestra delle autorizzazioni regolatorie tra settembre e dicembre 2026. È lì che si decide se il riordino bancario italiano passa da Siena o da Torino.

Fonti

Petrolio in correzione: WTI a 98,73, Brent giù dello 0,99%

Il rally del petrolio si ferma. Il WTI americano scivola a 98,73 dollari al barile, in calo del 3,63%, e il Brent europeo arretra dello 0,99% a 106,56 dollari, dopo il picco di giovedì. Nella stessa sessione scendono anche gas (-1,7%) e oro (-0,96%): il comparto delle materie prime corregge in blocco, mentre i carburanti alla pompa continuano a salire.

WTI sotto i 100 dollari: il movimento intraday

Le due quotazioni rilevate l'11 settembre 2026 raccontano una discesa netta dentro la stessa giornata: il WTI è passato da 101,65 dollari (-0,81%) a 98,73 dollari (-3,63%). Mettendo a confronto i due valori, il greggio americano ha perso altri 2,92 dollari, pari al 2,87% rispetto alla prima rilevazione. Il Brent si è fermato a 106,56 dollari, in arretramento dello 0,99%.

Barile di petrolio e trend lines rossi in discesa, volatilità dei prezzi del greggio sui mercati
I prezzi del petrolio scendono bruscamente dopo il rally, con ripercussioni sui mercati globali.

Gas e oro: la correzione tocca tutto il comparto

Il future sul metano con consegna a ottobre è in contrazione dell'1,7% sul mercato di Amsterdam, riferimento per l'Europa, a 80,6 euro al Megawattora. L'oro arretra su entrambi i fronti: il prezzo spot perde lo 0,96% a 4.430 dollari l'oncia, mentre il contratto per dicembre sul Comex è scambiato a 4.377 dollari, in calo dello 0,67%.

Carburanti: gasolio a 2,193 euro, benzina a 2,086

Mentre i greggi scendono, i prezzi alla pompa restano alti. Il gasolio self service sulla rete stradale nazionale è a 2,193 euro al litro, contro i 2,184 del giorno prima; la benzina a 2,086 euro, dai 2,077 precedenti. In autostrada il gasolio self tocca 2,268 euro e la benzina 2,176 euro.

L'analisi

Il calo simultaneo di petrolio, gas e oro segnala un ridimensionamento generalizzato del premio di rischio sul comparto. Per chi gestisce costi operativi, il dato rilevante è lo scarto tra future e prezzi finali: il gasolio self resta a 2,193 euro al litro nonostante il WTI sia sceso sotto i 100 dollari, perché la discesa del greggio non si è ancora trasferita ai distributori. Tra il mercato dei future e i listini al dettaglio resta un ritardo di giorni, che tiene alta la spesa per i consumi immediati anche in una seduta di correzione.

Fonti

EssilorLuxottica a 146,4 euro: il titolo prova a risalire

Il titolo EssilorLuxottica chiude la seduta di Parigi in rialzo dello 0,4% a 146,4 euro, dopo aver toccato un massimo di giornata oltre quota 148: un tentativo di risalita dai minimi degli ultimi quattro anni. La partita di mercato si intreccia però con la governance. Mentre l'amministratore delegato Francesco Milleri chiede di chiudere la successione di Leonardo Del Vecchio, Leonardo Maria Del Vecchio jr sposta l'attacco sui compensi dei manager del gruppo. Il punto analitico è che le due cose non viaggiano su binari separati: Delfin detiene il 32,4% con il controllo di EssilorLuxottica, quindi il contenzioso sulla successione e sui compensi riguarda l'azionista di controllo del titolo che il mercato sta provando a valutare.

Chiusura a 146,4 euro, massimo di seduta oltre quota 148

La seduta si è chiusa con un progresso dello 0,4% a 146,4 euro, ma il picco intraday ha superato i 148 euro. Il divario tra i due livelli racconta una giornata a due velocità. Prendendo 148 come soglia indicata dalla fonte, la chiusura è inferiore di 1,6 euro; rapportando 1,6 a 148 si ottiene l'1,08%. Poiché il massimo è “oltre” 148, il ritorno dal picco è almeno di quell'ordine: il titolo ha quindi restituito terreno nella parte finale della giornata. Il riferimento resta il tentativo di risalita dai minimi degli ultimi quattro anni. In termini di lettura del dato, il +0,4% dice che la chiusura è positiva, ma il massimo oltre 148 mostra che il recupero non è stato difeso fino in fondo.

Milleri chiede di chiudere la successione, Del Vecchio jr punge sui compensi

Il numero uno del colosso dell'occhialeria ha affidato all'ANSA la sua posizione: "Desidererei che si possa chiudere la successione di Leonardo Del Vecchio, si plachino queste polemiche inutili e infondate e si lasci l'azienda continuare nel suo percorso di crescita". Sul piano personale ha aggiunto di non riuscire a capire la reazione del figlio del fondatore, "un ragazzo a cui mi lega un affetto che va molto oltre il lavoro".

La risposta di Del Vecchio jr, ripresa da Repubblica, punta invece sui compensi dei manager del gruppo. Qui il confronto tra le fonti è esplicito: ANSA lega la vicenda a mercato, Delfin, penale e arbitrato; Repubblica la concentra sul fronte Milleri-Del Vecchio jr e sui compensi. Non è una contraddizione sui fatti, ma una diversa messa a fuoco: la prima offre la cornice industriale-finanziaria, la seconda il baricentro dello scontro economico e familiare. Due piani distinti: da un lato la richiesta di archiviare il dossier successorio, dall'altro la contestazione economica sulla prima linea dirigenziale.

Il sostegno del management e del board

Milleri ha rivendicato la lettera di sostegno della prima linea dei dirigenti, in rappresentanza di tutti i dipendenti: "Al management va tutta la mia riconoscenza, li ringrazio di cuore anche a nome del vice amministratore delegato Paul de Saillant". Ha poi citato "l'attestato di piena fiducia di un board composto da indipendenti di grande valore" e le "tante manifestazioni di stima" arrivate dal mondo imprenditoriale, finanziario e istituzionale. Sul futuro del gruppo si è detto "molto confidente", ricordando risultati record riportati ogni trimestre.

Grafici in rialzo e trend finanziari positivi su skyline di distretto degli affari
Il titolo di lusso tenta la risalita dai minimi di quattro anni in un'atmosfera di rinnovamento.

Il sostegno di management, board e mondo imprenditoriale conta perché arriva mentre il titolo è ancora vicino ai minimi degli ultimi quattro anni e la governance è contesa. Milleri può rivendicare una base interna ampia; il mercato, però, ha davanti anche il dossier Delfin. È qui che i due piani si toccano: la fiducia dichiarata dentro l'azienda non cancella l'incertezza sul controllo.

La penale da 500 milioni e l'arbitrato oltre un anno

Sullo sfondo resta il nodo finanziario. Leonardo Maria dovrebbe pagare ai fratelli Luca e Paolo una penale da 500 milioni di euro per il mancato acquisto della loro quota in Delfin. La questione va verso un arbitrato che potrebbe durare più di un anno: quello stesso arco temporale è la finestra a disposizione di Lmdv per cercare un accordo con i fratelli e rinegoziare il debito con le banche.

Il dato rilevante per il lettore è temporale: se l'arbitrato può durare più di un anno, Lmdv ha quella stessa finestra per cercare un accordo con i fratelli e rinegoziare il debito con le banche. Non è solo una questione legale: è un orizzonte di almeno un anno in cui la partita sulla successione può restare aperta mentre EssilorLuxottica è quotata e controllata da Delfin. Per chi segue il titolo, significa che la variabile governance non è un evento puntuale, ma un fattore che accompagna il tentativo di risalita dai minimi.

Le partecipazioni di Delfin dietro il controllo di Essilux

La holding di famiglia detiene il 32,4% del gigante mondiale dell'occhialeria, con il controllo. Il resto del portafoglio:

PartecipazioneQuota detenuta da Delfin
EssilorLuxottica32,4%
Monte dei Paschi17,5%
Generali10%
Unicredit2,7%
Covivio28%

Il collegamento tra la tabella e il dossier è nel 32,4%: Delfin detiene il controllo di EssilorLuxottica, quindi la disputa su successione e compensi non resta confinata alla holding. Le altre partecipazioni — Monte dei Paschi 17,5%, Generali 10%, Unicredit 2,7%, Covivio 28% — mostrano che il perimetro di Delfin è più ampio del solo colosso dell'occhialeria. Per il lettore, questo significa che le tensioni di governance hanno un potenziale riflesso su un sistema di partecipazioni, non su un singolo asset.

Il mercato ha davanti un titolo che risale dai minimi ma non li ha ancora lasciati alle spalle, e un dossier di governance il cui orologio, con l'arbitrato, misura almeno un anno. La chiusura a 146,4 euro e il massimo oltre 148 dicono che il tentativo è reale ma incompleto; il 32,4% di Delfin e l'arbitrato oltre un anno dicono che la variabile governance resta parte della partita.

Fonti